Venerdì, 18 Marzo 2011 ore 16:36 
 CERCA:
Abbonamenti Shopping Libri Banche Dati Servizi per Aziende Nuova Banca Dati Chi siamo Contatti Pubblicità sul sito
Home Cassazione Corte Costituzionale Consiglio di Stato Tar Merito Attuazione delle Leggi Ordinamento giudiziario Il Parere dell'Esperto
 AREA UTENTI
username:  
  
password:  
  
  
 I CODICI (novità)
 I 4 Codici
 Codice della Strada
 Codice Tributario
 Codice del Commercio
 Codice del Lavoro
 Codice Famiglia
 ADVERTISING
NOVITA': SERVIZIO PER CASSAZIONISTI: RICEVI LA TUA SENTENZA DA CASSAZIONE.NET!!              - VUOI RICEVERE LA NEWSLETTER PERSONALIZZATA? CLICCA QUI!!
 

LA NORMATIVA DEI CODICI




Approvazione del testo del Codice Civile

Art. 2043 Risarcimento per fatto illecito.

Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.

Giurisprudenza:
L’amministrazione finanziaria che non annulla in autotutela un atto illegittimo deve risarcire il contribuente dei danni provocati, fra cui le spese dovute al commercialista per i solleciti.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 5120 del 03/03/2011].

Ai fini dell'individuazione della responsabilità per danni, ex art. 2043 c.c., derivanti da un tuffo in piscina dove la profondità dell'acqua è bassa, posto che, secondo le comuni regole di prudenza, il gestore deve predisporre mezzi idonei a segnalarne la profondità e un esplicito cartello per vietare i tuffi, dove la profondità non li consente in sicurezza, qualora tale condotta risulti omessa, come nella specie, andrà valutata l'incidenza causale di tale omissione rispetto all'evento, non apparendo inverosimile -. alla luce del criterio della cosiddetta causalità adeguata - che idonei segnali di pericolo possano svolgere un effetto dissuasivo sul comportamento dell'uomo medio, e, tanto più su quello di un'adolescente. Inoltre, ai fini di stabilire la misura della concorrenza del comportamento colposo della vittima e della omessa apposizione di segnaletica, rileverà se il tuffo è avvenuto dal lato corto della piscina, dove l'acqua era senz'altro bassa, o dal lato lungo, dove la profondità non era omogenea, nonché la valutazione della giovane età della vittima rispetto alla maturità psicologica ipotizzabile.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 5086 del 02/03/2011].

Nel caso in cui la violazione eccepita non riguardi il trattamento di un dato personale bensì un diritto soggettivo non sussistono le condizioni che legittimano la ricorribilità immediata in Cassazione (ex art 152 del D. lgs 30 giugno 2003 n. 196). Nel caso di specie la domanda dell’attore – volta ad ottenere il risarcimento del danno per la pubblicazione su un quotidiano di una sua foto segnaletica – è stata valutata correttamente dal giudice di primo grado come una lesione alla dignità ed onorabilità dell’interessato e non come violazione nel trattamento di un dato personale. Pertanto la domanda di risarcimento del danno conseguente alla lesione di un diritto soggettivo – concludono le Sezioni Unite – deve essere fatta valere in un giudizio di cognizione ordinario attraverso il mezzo d’impugnazione consentito in questi casi dall’ordinamento vale a dire attraverso l’appello e non il ricorso per Cassazione.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 4617 del 25/02/2011].

La comunicazione di avvio del procedimento deve sempre essere disposta quando l’Amministrazione intende emanare un atto di secondo grado, di annullamento, di revoca o di decadenza: non fa eccezione il caso di provvedimento di scioglimento del consiglio di amministrazione dell’azienda regionale da parte dell’ente territoriale che va comunque a incidere su sul precedente provvedimento di nomina del componente in seno all’organo di gestione, il quale ha diritto al risarcimento del danno liquidato in via equitativa.
[Cons. di Stato, Sez. Quinta, n. 1195 del 24/02/2011].

L’inammissibilità dell’azione risarcitoria nei confronti di un parlamentare per le opinioni espresse nell’esercizio delle sue funzioni non elide in sé la relativa portata diffamatoria: la speciale causa soggettività di non punibilità del parlamentare non può tramutare in un fatto lesivo dell’onore di quest’ultimo l’esperimento dell’azione proposta per acclarare se sussiste lo stretto collegamento tra le opinioni espresse e l’esercizio del mandato di rappresentanza tale da non consentire l’esercizio dell’azione risarcitoria.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 4196 del 21/02/2011].

Nell’ipotesi del candidato illegittimamente escluso dal concorso di progettazione per un errore dell’Amministrazione, ben si configura a carico di quest’ultima l’obbligo risarcitorio: deve essere tuttavia esclusa la rifusione delle spese sostenute per la partecipazione alla gara, la quale implica oneri che ordinariamente restano in ogni caso a carico dei candidati; quanto alla perdita di chances, la dimostrazione della spettanza dell’appalto all’impresa danneggiata è configurabile solo quando il criterio di aggiudicazione si fonda su parametri certi (come nel caso del massimo ribasso), mentre si rivela impossibile nell’ipotesi di apprezzamento tecnico-discrezionale dell’offerta (come nell’offerta economicamente più vantaggiosa): in quest’ultimo caso la somma commisurata all’utile d’impresa deve essere proporzionalmente ridotta in ragione delle concrete possibilità di vittoria, tenendo presenti il numero di concorrenti, la configurazione della graduatoria eventualmente stilata e il contenuto dell’offerta presentata.
[Tar, Sez. Seconda, n. 920 del 14/02/2011].

In materia di procedimenti di espropriazione per pubblica utilità, sono devolute alla giurisdizione amministrativa esclusiva le controversie nelle quali si faccia questione - anche ai fini complementari della tutela risarcitoria - di attività di occupazione e trasformazione di un bene conseguenti ad una dichiarazione di pubblica utilità e con essa congruenti, anche se il procedimento all’interno del quale sono state espletate non sia sfociato in un tempestivo e formale atto traslativo della proprietà ovvero sia caratterizzato dalla presenza di atti poi dichiarati illegittimi, purché vi sia un collegamento all’esercizio della pubblica funzione.
[Tar, Sez. Quinta, n. 886 del 11/02/2011].

Va incluso nel danno non patrimoniale e non in quello biologico lo stato di prostrazione e cioè il profondo abbattimento, il disinteresse per il lavoro e la tendenza all’isolamento causati dalla morte di un figlio. D’altronde il soggetto che chiede "iure proprio" il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto per la definitiva perdita del rapporto parentale lamenta “l'incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare (la cui tutela ex art. 32 Cost., ove risulti intaccata l'integrità psicofisica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico), sia dall'interesse all'integrità morale (la cui tutela, ricollegabile all'art. 2 Cost., ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo), e ciò in quanto l'interesse fatto valere è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell'ambito della famiglia e alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell'ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost. Trattasi di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad una riparazione ai sensi dell'art. 2059 cod. civ., senza il limite ivi previsto in correlazione all'art. 185 cod. pen. in ragione della natura del valore inciso, vertendosi in materia di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato”.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 2557 del 03/02/2011].

Nel caso di occupazione d’urgenza di un suolo per l’esecuzione di opera pubblica, la mancata emissione del decreto di esproprio entro i termini previsti non vale a far considerare l’occupazione illegittima dall’origine: tutto ciò che si produce nel periodo di occupazione autorizzata ha per definizione carattere di legittimità non produce danni ai sensi dell’articolo 2043 Cc, mentre soltanto a partire dal momento in cui termina l’occupazione legittima si può realizzare l’illecito aquiliano.
[Cons. di Stato, Sez. Quarta, n. 629 del 27/01/2011].

Deve applicarsi al processo risarcitorio innanzi al giudice amministrativo il principio per cui l’individuazione del soggetto passivamente legittimato, sul piano sostanziale, nell’azione risarcitoria è da individuarsi nell’autore dell’eventuale illecito commesso. Nel caso di azione di risarcimento del danno e salva la reiezione nel merito della domanda è legittimato passivamente il soggetto che è per legge personalmente obbligato a risarcire il danno arrecato. (Nella fattispecie di domanda di risarcimento del danno per illegittima esclusione dalla graduatoria INA CASA di assegnazioni alloggi, il Tribunale amministrativo ha rigettato la domanda risarcitoria perché non proposta contro la Commissione Provinciale Assegnazione alloggi, articolazione del Ministero del lavoro, unico soggetto passivamente legittimato ex lege nella azione di risarcimento).
[Tar, Sez. Quinta, n. 113 del 13/01/2011].

Interpretando l'art. 16 delle preleggi alla luce degli artt. 2, 3 e 10 Cost. per il principio della gerarchia delle fonti, poiché costituiscono diritti inviolabili della persona umana sia il diritto alla salute ed all'integrità psicofisica sia il diritto ai rapporti parentali – familiari il risarcimento dei danni (patrimoniali e non patrimoniali) subiti dallo straniero (anche extracomunitario) in conseguenza della lesione di tali diritti, può essere fatto valere con l'azione risarcitoria, indipendentemente dalla condizione di reciprocità di cui all'art. 16 delle preleggi, senza alcuna disparità di trattamento rispetto al cittadino italiano, e quindi non solo contro il danneggiante ( o contro il soggetto tenuto al risarcimento per fatto altrui), ma anche con l'azione diretta nei confronti dell'assicuratore o del Fondo di Garanzia per le vittime della strada.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 450 del 11/01/2011].

In tema di responsabilità da cose in custodia ex art. 2051 c.c., è sufficiente ad interrompere il nesso causale tra la cosa e l’evento dannoso, anche il mero comportamento colposo del danneggiato, ascrivibile al mancato uso dell’ordinaria diligenza (Nella specie, il Tribunale di Milano ha accolto solo parzialmente la domanda di risarcimento danni di un pedone per le lesioni determinate da una buca collocata su una strada demaniale nella quale era inciampato, rilevando che il danneggiato aveva in parte concorso alla determinazione dell’evento di danno, in quanto il sinistro non era avvenuto sul marciapiede, bensì sulla carreggiata destinata al traffico veicolare e non in corrispondenza con strisce orizzontali per l'attraversamento).
[Merito Civile, Sez. Decima Civile, n. 0 del 04/01/2011].

Il condomino del piano superiore che non esegue i lavori a regola d’arte nell'utilizzazione di una copertura del tetto dello stabile durante il periodo di ristrutturazione dello stesso ed una adeguata valutazione delle conseguenze strutturali che l'eliminazione di tramezzi poteva comportare risponde dei danni occorsi ex art. 2043 c.c. e non ex art. 2050 c.c., in quanto l'attività edilizia può essere considerata "pericolosa", ai sensi dell'art. 2050 c.c., solo quando comporti l'esecuzione di rilevanti opere di trasformazione o di rivolgimento o di spostamento di masse terrose e scavi profondi ed interessi vaste aree.
[Merito Civile, Sez. Decima, n. 0 del 23/12/2010].

In relazione alla domanda di risarcimento del danno per equivalente monetario, causato dall’occupazione sine titulo di un fondo di proprietà di parte ricorrente, irreversibilmente trasformato dalla realizzazione delle opere già dichiarate di pubblica utilità, a seguito dello scadere del periodo di occupazione legittima e della mancata conclusione del procedimento espropriativo con l’adozione del decreto di espropriazione entro i termini previsti dal provvedimento dichiarativo della pubblica utilità dell’opera. Si ritiene che la legittimazione passiva in tale caso, spetti tanto al Comune che alla Cooperativa in quanto soggetto delegato all’espropriazione.
[Tar, Sez. Terza, n. 14312 del 17/12/2010].

La responsabilità del custode ex art. 2051 c.c. è esclusa quando il danno sia eziologicamente riconducibile non alla cosa, ma al caso fortuito senza che rilevi che questo sia costituito da un comportamento umano, riconducibile al fatto dello stesso danneggiato o di un terzo (Nella specie, il Tribunale di Trento ha escluso la responsabilità oggettiva di una società di trasporti per le lesioni riportate da una insegnante scivolata su un tappetino collocato sulla scala di ingresso di un autobus rilevando che il sinistro doveva essere ricondotto a caso fortuito e non a responsabilità del custode, in quanto poco prima dell’evento, alcuni alunni ed insegnati avevano rimosso e riposizionato il tappetino all’insaputa dell’autista, il quale era l’unico soggetto in grado di conoscerne l’esatto posizionamento e le corrette modalità con le quali lo stesso andava fissato allo scalino di ingresso dell’autobus).
[Merito Civile, Sez. Civile, n. 0 del 02/12/2010].

La domanda di risarcimento dei danni e' pur sempre regolata dal principio dell'onere della prova di cui all'art. 2697 c. c. , in base al quale chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento e, nel caso in esame, degli elementi costitutivi della fattispecie di cui all’art. 2043 c. c (condotta, evento, danno ingiusto, nesso causale e colpa), non costituendo il risarcimento conseguenza automatica dell'annullamento giurisdizionale di un provvedimento illegittimo. Pertanto, in caso di errore dell’amministrazione appaltante nell’attribuzione del punteggio, a nulla vale, in mancanza di siffatta prova, che l’amministrazione abbia parzialmente riconosciuto l’erroneità del punteggio.
[Tar, Sez. Terza, n. 25683 del 23/11/2010].

L’amministrazione che non applica la normativa contenuta nel bando di gara deve essere condanata al risarcimento del danno in favore dell’impresa che si sarebbe aggiudicato l’appalto se le regole fossero state applicate corretamente. Il danno derivante ad un’impresa dal mancato affidamento di un appalto è quantificabile nella misura dell'utile non conseguito (10 %), solo se ed in quanto l'impresa possa documentare di non aver potuto utilizzare mezzi e maestranze, lasciati disponibili, per l'espletamento di altri servizi, mentre quando tale dimostrazione non sia stata offerta (come nella specie) è da ritenere che l'impresa possa avere ragionevolmente riutilizzato mezzi e manodopera per lo svolgimento di altri, analoghi servizi, così vedendo in parte ridotta la propria perdita di utilità, con conseguente riduzione in via equitativa del danno risarcibile.
[Cons. di Stato, Sez. Quinta, n. 8091 del 18/11/2010].

Illegittimo il provvedimento di esclusione dalla Guardia di Finanza del candidato affetto da anemia mediterranea. In tal caso il giovane ha diritto anche al risarcimeno del danno.
[Cons. di Stato, Sez. Quarta, n. 8020 del 11/11/2010].

La negligenza nell’adempimento delle attività di amministrazione e tenuta della contabilità è causa, per il consulente, di responsabilità contrattuale e conseguente dovere di risarcimento del danno causato.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 22830 del 10/11/2010].

Nel caso di occupazione d'urgenza di un suolo per l'esecuzione di un'opera pubblica, la mancata emissione nei termini del decreto di esproprio non vale a far considerare illegittima ab origine l'occupazione, poiché tutto quanto si produce nel periodo di occupazione autorizzata ha, per definizione, carattere di legittimità ed è improduttivo di danni, ai sensi dell'art. 2043 c.c. mentre soltanto a partire dal momento in cui termina l'occupazione legittima può concettualmente parlarsi di fatto illecito.
[Merito Civile, Sez. Seconda, n. 0 del 28/10/2010].

Poiché l'art. 103 della Costituzione non consente di attribuire al giudice amministrativo la cognizione di controversie di cui non sia parte una P.A., o soggetti ad essa equiparati, va devoluta alla cognizione del giudice amministrativo la sola risoluzione delle controversie proposte nei confronti di enti e/o soggetti titolari di poteri amministrativi; mentre va devoluta alla cognizione del giudice ordinario la risoluzione delle controversie relative ad un fatto illecito extracontrattuale, anche se esso risulti intrinsecamente connesso con una controversia devoluta alla cognizione del giudice amministrativo (Nella fattispecie, in applicazione del principio di cui in massima, il Tribunale di Roma, con sentenza non definitiva, ha dichiarato la giurisdizione del Giudice amministrativo sulla domanda risarcitoria proposta da una società nei confronti dell'E.N.A.C. Ente Nazionale per l'Aviazione Civile e del Comune di Roma, mentre ha dichiarato la giurisdizione del giudice ordinario sulla domanda proposta, per un connesso illecito extracontrattuale (omissione di atti di ufficio), nei confronti di funzionari e sulla domanda di manleva proposta dal Comune di Roma, riservando le spese al definitivo).
[Merito Civile, Sez. Seconda, n. 0 del 20/10/2010].

Nel caso di domanda di risarcimento di danno da parte di un impiegato pubblico, la controversia rientra nella sfera di cognizione del Giudice ordinario o in quella esclusiva in materia di rapporto di impiego pubblico del Giudice amministrativo a seconda che si tratti di responsabilità extracontrattuale ovvero contrattuale; di conseguenza il discrimine della giurisdizione va individuato in relazione alla natura giuridica dell'azione in concreto proposta, ma a tal fine non possono essere invocati come indizi decisivi della natura contrattuale né la semplice prospettazione dell'inosservanza dell'art. 2087 c. c. , né l'asserita violazione di più specifiche disposizioni strumentali alla protezione delle condizioni di lavoro, assumendo invece rilievo l'elemento materiale dell'illecito, ossia la condotta dell'Amministrazione, a seconda se il suo comportamento lesivo possa esplicarsi indifferentemente nei confronti della generalità dei cittadini come nei confronti dei propri impiegati, costituendo in tal caso il rapporto di lavoro mera occasione dell'evento dannoso, con giurisdizione del G. O. , o se esso comportamento possa esplicarsi solo nei confronti dei dipendenti, con giurisdizione del G. A..
[Cons. di Stato, Sez. Quinta, n. 7527 del 15/10/2010].

In tema di legittimazione alla domanda di danni , deve ritenersi che il diritto al risarcimento può spettare anche a colui il quale, per circostanze contingenti, si trovi ad esercitare un potere soltanto materiale sulla cosa e, dal danneggiamento di questa, possa risentire un pregiudizio al suo patrimonio, indipendentemente dal diritto, reale o personale, che egli abbia all'esercizio di quel potere. È dunque tutelabile in sede risarcitoria anche la posizione di chi eserciti nei confronti dell'autovettura danneggiata in un stradale una situazione di possesso giuridicamente qualificabile come tale ai sensi dell'articolo 1140 c.c..
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 21011 del 12/10/2010].

In tema di risarcimento del danno da fatto illecito, la prescrizione decorre non dal momento in cui il fatto del terzo determina ontologicamente il danno all'altrui diritto, bensì da quello in cui la produzione del danno si manifesta all'esterno, divenendo conoscibile, ossia dal momento in cui il danneggiato abbia avuto - o avrebbe dovuto avere, usando l'ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche - sufficiente conoscenza della rapportabilità causale del danno lamentato. Ne consegue che sta al giudice di merito accertare se la conoscenza dei difetti e della loro consistenza sia di grado così apprezzabile da consentire di denunziarli responsabilmente senza necessità di un conforto peritale, nonché stabilire se le già avvenute comunicazioni all'appaltatore non integrino di per sé delle vere e proprie denuncie, atte a far decorrere il termine prescrizionale. (Giudizio in tema di fattispecie composita di contratto di compravendita e contratto di appalto in cui è stato dichiarato prescritto il diritto all’azione di risarcimento essendo già conoscibili i vizi ben prima della intervenuta consulenza tecnica).
[Merito Civile, Sez. Seconda, n. 0 del 28/09/2010].

Non è idonea a integrare la presunzione di piena consapevolezza della lesività dell’atto impugnato la semplice comunicazione dell’esistenza di una delibera di approvazione di un progetto di opera pubblica, comportante la dichiarazione di pubblica utilità dell’opera, occorrendo invece che gli atti del procedimento espropriativo per cui è fatta la comunicazione siano allegati a quest’ultima, a fini di notifica, ovvero la stessa comunicazione ne riporti, quanto meno in sintesi, il contenuto più rilevante, così che possa ritenersi verificata la condizione della piena conoscenza degli atti del procedimento.
[Cons. di Stato, Sez. Quarta, n. 7035 del 22/09/2010].

E’ illegittima, per violazione delle necessarie garanzie partecipative dell’interessato, la procedura espropriativa laddove al proprietario espropriando non sia stata notificata la comunicazione di avvio del procedimento prima della dichiarazione di pubblica utilità dell’intervento.
[Cons. di Stato, Sez. Quarta, n. 7035 del 22/09/2010].

Laddove tra le parti sia intercorsa un'ipotesi di collaborazione coordinata e continuativa (per la tipologia, continuità e la durata delle prestazioni svolte) sussiste l'obbligo del versamento di contribuzione previdenziale nella c. d. Gestione separata INPS. Laddove, viceversa non sia stata versata alcuna contribuzione. l'omissione contributiva è tale da cagionare un danno, che pur non essendo attuale, comporta l’accoglimento della domanda di condanna generica al risarcimento che sia stata formulata sul punto, in quanto volta ad accertare la potenzialità dell'omissione contributiva a provocare danno.
[Merito Civile, Sez. lavoro, n. 0 del 20/09/2010].

Spetta alla giurisdizione del giudice ordinario la domanda con la quale i prossimi congiunti di un pubblico impiegato, assumendo che il proprio familiare sia stato illegittimamente trasferito ad altra sede per incompatibilità ambientale, domandino il ristoro del danno patrimoniale e non patrimoniale patito in conseguenza del trasferimento, trattandosi di pretesa estranea all'attuazione del rapporto di impiego e all'esercizio dei poteri amministrativi e datoriali ad esso collegati.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 19549 del 15/09/2010].

Nel caso di nomina tardiva per effetto di una sentenza che introduca modifiche alla graduatoria del concorso, è configurabile una responsabilità extracontrattuale dell'Amministrazione datrice di lavoro, fonte di risarcibilità dei diritti patrimoniali consequenziali, in quanto collegati al rapporto di lavoro con un nesso di mera occasionalità, derivante dalla violazione dei doveri che la Pubblica Amministrazione ha nei confronti della generalità dei cittadini in virtù della clausola generale del "neminem laedere" di cui all'art. 2043 c. c., dovendo essere risarciti anche i danni esistenziali e di immagine conseguenti alla tardiva nomina ed all'espletamento delle relative funzioni, in quanto trattasi di danni direttamente conseguenti all'illegittimo operato dell'amministrazione e riferibili a lesioni di situazioni soggettive (diritti della personalità) pacificamente ritenute tutelabili in sede risarcitoria; trattandosi di danni che non è possibile provare nel loro preciso ammontare, gli stessi, ai sensi degli artt. 1226 e 2056 cod. civ, devono essere liquidati in via equitativa.
[Tar, Sez. Terza, n. 32139 del 08/09/2010].

Va risarcito del danno patrimoniale il dipendente assunto in ritardo dall’amministrazione a seguito di annullamento della illegittima esclusione dal concorso pubblico, dovendo considerarsi oggettivamente provato il solo pregiudizio patrimoniale derivante dalla mancata percezione degli ulteriori introiti economici che sarebbero derivati dall’effettiva prestazione di servizio, illegittimamente impedita. Trattandosi di danni derivanti da attività provvedimentali, il danno va liquidato in via equitativa ai sensi dell’art. 1226 c. c. , come richiamato dall’art. 2056 c. c. .
[Tar, Sez. Terza, n. 1890 del 02/09/2010].

La responsabilità colposa della P.A. in caso di insidia o trabocchetto stradale, che trova fondamento nell'art. 2043 cod. civ., è astrattamente compatibile con il concorso del fatto colposo del danneggiato che il giudice del merito è tenuto a valutare per stabilire la concreta entità dell'apporto causale dell'una o dell'altro nella produzione dell'evento dannoso.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 18713 del 16/08/2010].

La mancata indicazione da parte dell’Amministrazione, nei verbali della Commissione di valutazione delle domande di conferimento di contratto di insegnamento universitario, delle ragioni alla base della sua valutazione integra il vizio di difetto di motivazione, impedendo di ricostruire anche l’iter logico seguito dalla Commissione per giungere all’elaborazione della graduatoria dei candidati, e sebbene in generale, in caso di annullamento di un provvedimento per difetto di motivazione, il risarcimento del danno sia escluso prima della riedizione del potere da parte della p.a., nell’ipotesi in cui il periodo di svolgimento delle lezioni sia già trascorso, sussiste il diritto al risarcimento del danno da determinarsi in via equitativa.
[Tar, Sez. Seconda, n. 3197 del 09/08/2010].

In tema di responsabilità aggravata, l'art. 96 cod. proc. civ. - che sanziona l'uso strumentale del processo in vista di scopi diversi da quelli per cui è preordinato, contemplando una tutela di tipo aquiliano con carattere di specialità rispetto all'art. 2043 cod. civ. - non detta una regola sulla competenza, giacché disciplina un fenomeno endoprocessuale, quale quello dell'esercizio, da parte del litigante, del potere di formulare un'istanza collegata e connessa all'agire o al resistere in giudizio, che non può configurarsi come "potestas agendi" esercitabile fuori del processo in cui la condotta generatrice della responsabilità aggravata si è manifestata e, quindi, in via autonoma, consequenziale e successiva, davanti ad altro giudice, salvo i casi in cui la possibilità di attivare il mezzo sia rimasta preclusa in forza dell'evoluzione propria dello specifico processo dal quale la stessa responsabilità aggravata ha avuto origine.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 18344 del 06/08/2010].

Ha diritto al risarcimento del danno biologico il militare che, partecipando a missioni operative all’estero, impiegato senza alcuna protezione specifica personale militare in zona contaminata con l’uso di proiettili con uranio impoverito, abbia sviluppato patologie tumorali in seguito all’esposizione alle radiazioni, sussistendo in capo all’Amministrazione, in qualità di datore di lavoro dei suoi dipendenti, l’obbligo di tutelarne l’integrità fisica e la personalità morale. (Fattispecie relativa alla c.d. “sindrome dei Balcani”, in cui il soldato era stato colpito da carcinoma papillare tiroideo dopo aver prestato servizio in Kosovo durante il conflitto NATO del 1999).
[Tar, Sez. Settima, n. 17232 del 05/08/2010].

Nell’ipotesi in cui l’acquisizione delle aree da destinare alla realizzazione dei piani di edilizia economica e popolare avvenga non già attraverso le procedure espropriative di legge, bensì come effetto di un fatto illecito che, da un lato, determina l'acquisto della proprietà del suolo di mano pubblica e, dall'altro, fa sorgere nei proprietari delle aree il diritto al risarcimento del danno per la perdita della proprietà ai sensi dell'art. 2043 c. c., il principio dell’integrale copertura dei costi sostenuti per l'acquisto viene meno, atteso che si è fuori dalla lettera e dalla ratio dell'art. 35 L. 865/1971, non potendosi fare ricadere sui concessionari delle aree e loro aventi causa i maggiori costi determinatisi in forza di una acquisizione delle aree realizzate attraverso un fatto civilisticamente illecito, quale l'occupazione acquisitiva.
[Cons. di Stato, Sez. Quarta, n. 4815 del 22/07/2010].

Lo scrittore il quale pubblichi in un volume una intervista a terzi, avente contenuto diffamatorio, risponde del danno patito dal diffamato se non si attiva, da un lato, per verificare la verità, quanto meno putativa delle dichiarazioni rese dall'intervistato e, dall'altro, per presentare in modo obiettivo l'intervista ed i fatti in essa dichiarati, senza allusioni o sottintesi, fornendo, altresí, al lettore possibili ricostruzioni alternative dei fatti stessi, posto che il carattere offensivo di notizie allusive deve essere valutato piú severamente se riportate in un libro in ragione del carattere duraturo e tendenzialmente illimitato di tale mezzo divulgativo rispetto ad un quotidiano.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 16917 del 20/07/2010].

In tema di risarcimento del danno alla persona, la mancanza di un reddito al momento dell'infortunio per essere il soggetto leso disoccupato, può escludere il danno da invalidità temporanea, ma non anche il danno futuro collegato alla invalidità permanente che - proiettandosi per il futuro - verrà ad incidere sulla capacità di guadagno della vittima, al momento in cui questa inizierà una attività remunerata, salvo l'ipotesi che si tratti di disoccupazione volontaria, ovvero di un consapevole rifiuto dell'attività lavorativa.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 16396 del 13/07/2010].

Il danno da riduzione della capacità di lavoro, sofferto da persona che - come la casalinga - provveda da sé al lavoro domestico, costituisce una ipotesi di danno patrimoniale, e non biologico. Ne consegue che chi lo invoca ha l'onere di dimostrare che gli esiti permanenti residuati alla lesione della salute impediscono o rendono piú oneroso (ovvero impediranno o renderanno piú oneroso in futuro) lo svolgimento del lavoro domestico; in mancanza di tale dimostrazione nulla può essere liquidato a titolo di risarcimento di tale tipologia di danno patrimoniale (nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito la quale aveva negato il risarcimento del danno patrimoniale da riduzione della capacità di lavoro ad una casalinga che aveva patito una deviazione del setto nasale).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 16392 del 13/07/2010].

Le funzioni di membro del Parlamento, nel cui ambito esclusivo opera la prerogativa dell'insindacabilità sancita dall'art. 68 Cost., non si esauriscono nel compimento degli atti tipici del mandato parlamentare, ma ricomprendono anche l'attività extraparlamentare, sempre, però, alla condizione che tale ultima attività si configuri come strettamente connessa all'espletamento delle funzioni tipiche e delle finalità proprie del mandato parlamentare. A tal fine, occorre che nell'opinione manifestata all'esterno dal membro del Parlamento sia riscontrabile una corrispondenza sostanziale con l'atto parlamentare, non essendo sufficiente una mera comunanza di tematiche e restando, perciò, esclusa dalla copertura dell'insindacabilità quella opinione che non sia collegata da nesso con l'esercizio delle funzioni parlamentari, ancorché riguardante temi al centro di un dibattito politico (v., tra le tante, Corte cost., sent. nn. 10, 56 e 82 del 2000). Configurandosi quest'ultima eventualità, il giudice - nell'ipotesi in cui la Camera di appartenenza abbia ritenuto la sussistenza dell'insindacabilità delle opinioni espresse dal proprio membro ai sensi del citato art. 68 Cost. - deve sollevare conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato e rimettere gli atti alla Corte costituzionale per la sua risoluzione (Principio enunciato dalla S.C. relativamente ad una a causa risarcitoria intentata da magistrato nei confronti di un parlamentare per le opinioni, ritenute diffamatorie, dallo stesso espresse durante una delle puntate della serie televisiva "Sgarbi quotidiani", non riconducibili ad alcun atto tipico della funzione di membro del Parlamento ed avulse da qualsiasi connotazione istituzionale).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 16110 del 08/07/2010].

In tema di responsabilità civile, il nesso causale è regolato dal principio di cui agli artt. 40 e 41 cod. pen., per il quale un evento è da considerare causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, nonché dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base del quale, all'interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiano - ad una valutazione "ex ante" - del tutto inverosimili, ferma restando, peraltro, la diversità del regime probatorio applicabile, in ragione dei differenti valori sottesi ai due processi: nel senso che, nell'accertamento del nesso causale in materia civile, vige la regola della preponderanza dell'evidenza o del "piú probabile che non", mentre nel processo penale vige la regola della prova "oltre il ragionevole dubbio". Ne consegue, con riguardo alla responsabilità professionale del medico, che, essendo quest'ultimo tenuto a espletare l'attività professionale secondo canoni di diligenza e di perizia scientifica, il giudice, accertata l'omissione di tale attività, può ritenere, in assenza di altri fattori alternativi, che tale omissione sia stata causa dell'evento lesivo e che, per converso, la condotta doverosa, se fosse stata tenuta, avrebbe impedito il verificarsi dell'evento stesso.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 16123 del 08/07/2010].

Qualora l'attore proponga domanda di risarcimento dei danni, cumulandola con quella di riconoscimento degli interessi e della rivalutazione monetaria, non si determina lo spostamento della causa al giudice superiore qualora egli dichiari, in modo inequivoco, di voler contenere l'intero "petitum" nel limite della competenza del giudice adito, con la conseguenza che la "clausola di contenimento" entro il detto limite diviene vincolante anche agli effetti del merito, sebbene non reiterata in sede di precisazione delle conclusioni.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 15853 del 06/07/2010].

Anche e soprattutto con riferimento alle c.d. "cause perse" l'attività del difensore, se bene svolta, può essere preziosa, al fine di limitare o di escludere il pregiudizio insito nella posizione del cliente (se non altro sollevando le eccezioni relative ad eventuali errori di carattere sostanziale o processuale della controparte). Il difensore può non accettare una causa che prevede di perdere, ma non può accettarla e poi disinteressarsene del tutto, con il pretesto che si tratta di causa persa. Egli espone in tal modo il cliente all'incremento del pregiudizio iniziale, se non altro a causa delle spese processuali a cui va incontro, per la propria difesa e per quella della controparte.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 15717 del 02/07/2010].

In tema di appalto di opere pubbliche, il piú ristretto margine di autonomia del quale l'appaltatore gode rispetto all'appalto privato non esclude il suo obbligo di realizzare l'opera a regola d'arte, anche nel caso in cui l'Amministrazione committente abbia predisposto il progetto e fornito indicazioni sulla relativa realizzazione, e non fa quindi venir meno la sua responsabilità nei confronti dell'Amministrazione stessa per la negligente esecuzione dell'opera, indipendentemente dalla nomina del direttore dei lavori, il cui concorso di colpa, ove ne sia fornita la prova, può determinare al piú una riduzione del risarcimento, ai sensi dell'art. 1227, primo comma, cod. civ., assumendo egli la qualifica di organo tecnico straordinario e quindi la veste di agente dell'Amministrazione committente.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 15784 del 02/07/2010].

Il farmacista il quale consegni al cliente farmaci senza ricetta, quando quest'ultima sia prescritta, tiene una condotta colposa ed illegittima, idonea a far sorgere la responsabilità del farmacista stesso ove i suddetti farmaci abbiano causato un danno al cliente, senza che il farmacista possa invocare, come scriminante, la consapevole accettazione del farmaco da parte del cliente, l'avere egli indicato le modalità di uso o somministrazione del medicinale o l'essersi affidato al fatto che il cliente avrebbe saputo fare del prodotto un uso conforme alle istruzioni contenute nella confezione.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 15734 del 02/07/2010].

La lesione dell'interesse legittimo ad opera di un provvedimento amministrativo illegittimo è condizione necessaria ma non sufficiente per accedere alla tutela risarcitoria ex art. 2043 c.c., il risarcimento del danno, infatti, presuppone anche l'accertamento dell'elemento psicologico del dolo ovvero della colpa in capo all'apparato amministrativo, e la prova rigorosa, da parte dell'istante, ex art. 2697 cod. civ. , del danno effettivamente sofferto e del nesso causale tra provvedimento illegittimo e danno predetto.
[Tar, Sez. Terza, n. 16513 del 30/06/2010].

La responsabilità dell’amministrazione ha natura aquiliana, ex art. 2043 c. c. con la conseguenza che il termine di prescrizione è quinquennale e, aderendo alla tesi della c. d. ”pregiudiziale amministrativa”, inizia a decorrere dal passaggio in giudicato della sentenza amministrativa che dichiara l'illegittimità degli atti produttivi del danno.
[Tar, Sez. Terza, n. 16513 del 30/06/2010].

In tema di espropriazione per pubblica utilità, la domanda del proprietario del bene illegittimamente occupato in difetto di un valido ed efficace provvedimento di esproprio o dichiarativo della pubblica utilità, volta all'annullamento del provvedimento di acquisizione di detto bene al patrimonio indisponibile pubblico adottato ai sensi dell'art. 43 del d.P.R. n. 327 del 2001, spetta, per il disposto degli artt. 34 del d. lgs. n. 80 del 1998, 7 della legge n. 205 del 2000 e 53 dello stesso d.P.R. n. 327 del 2001 (come emendati dalle sentenze della Corte costituzionale n. 204 del 2004 e n. 191 del 2006) alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo. A tale giurisdizione esclusiva appartiene, conseguentemente, anche la cognizione della domanda riconvenzionale della P.A. convenuta (prevista dal medesimo art. 43 d.P.R. n. 327 del 2001) diretta ad ottenere la condanna della stessa al risarcimento del danno in favore del privato, con esclusione della restituzione del bene senza limiti di tempo, in ordine alla quale, quindi, lo stesso giudice amministrativo può fare riferimento ai criteri di liquidazione previsti per la ipotesi di utilizzazione di un bene per scopi di pubblica utilità in assenza di valido provvedimento ablatorio, senza, però, poter esercitare un eventuale controllo sulla opportunità e convenienza dell'atto impugnato.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 15319 del 25/06/2010].

In caso di mancata aggiudicazione di una gara, la chance è ristorabile ogni qual volta la possibilità di vittoria sia seria, anche se non necessariamente superiore al 50%, e il relativo danno va liquidato in via equitativa, avuto riguardo al grado di probabilità che il ricorrente avrebbe avuto di aggiudicarsi la gara, ovvero quantificando il risarcimento con la tecnica della determinazione dell’utile conseguibile in caso di esito favorevole, scontato percentualmente in base al numero dei partecipanti alla gara. Non compete invece il recupero dei costi di partecipazione alla gara. Per costante giurisprudenza, simili costi restano ordinariamente a carico delle imprese sia in caso di aggiudicazione sia in caso di mancata aggiudicazione, onde gli stessi rilevano come “danno emergente” solo quando l’impresa subisce un’illegittima esclusione e in tal modo viene in considerazione il diritto soggettivo del contraente a non essere coinvolto in trattative inutili, mentre nell’ipotesi in cui l’impresa ottenga il risarcimento del danno per mancata aggiudicazione o per la perdita della chance di aggiudicazione non vi è titolo alla reintegrazione dei costi di partecipazione alla gara, altrimenti il risarcimento farebbe conseguire all’impresa un beneficio maggiore di quello che sarebbe derivato dall’aggiudicazione dell’appalto. Non compete neppure il ristoro delle spese sostenute nel precedente processo per la predisposizione di una relazione geotecnica, avendo già la giurisprudenza chiarito che i costi per difendersi in giudizio non costituiscono un “danno emergente” di cui può essere chiesto il risarcimento in via autonoma ex art. 2043 cod. civ. , e ciò in quanto la relativa pretesa va fatta valere unicamente in sede di rimborso delle spese legali secondo la peculiare disciplina dettata dagli artt. 90 - 97 cod. proc. civ.
[Tar, Sez. Prima, n. 312 del 24/06/2010].

La semplice illegittimità del protesto, pur costituendo un indizio in ordine all'esistenza di un danno alla reputazione, da valutare nelle sue diverse articolazioni, non è di per sé sufficiente per la liquidazione del danno medesimo, essendo necessarie la gravità della lesione e la non futilità del pregiudizio conseguente; elementi, questi, che possono esser provati anche mediante presunzioni semplici, fermo però restando l'onere del danneggiato di allegare gli elementi di fatto dai quali possa desumersi l'esistenza e l'entità del pregiudizio.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 15224 del 23/06/2010].

L'annullamento, da parte del giudice amministrativo, degli atti della procedura espropriativa fa sí che l'occupazione, anche parziale, di terreni da parte della P.A. assuma le connotazioni di un illecito permanente, mentre il privato rimane proprietario dei terreni medesimi; ne consegue che, ove si sia determinata, a seguito dell'occupazione, l'irreversibile trasformazione di parte dei beni, ai fini della determinazione della somma spettante al privato a titolo di risarcimento del danno conseguente al deprezzamento della parte residua (non occupata) del fondo, non è applicabile l'art. 40 della legge 25 giugno 1865, n. 2359 - che presuppone l'esistenza di un'espropriazione, sia pure parziale - e grava sul proprietario, ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., l'onere della prova del pregiudizio sofferto.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 14940 del 21/06/2010].

In tema di invalidità permanente o temporanea, il soggetto, anche di sesso maschile, che perde in tutto od in parte la propria capacità di svolgere lavori domestici - da ritenere in senso ampio e quindi anche come coordinamento della vita familiare - in precedenza effettivamente svolti, ancorché a favore di se stesso, ha diritto al risarcimento del conseguente danno patrimoniale, del quale egli fornisca la prova (danno emergente ed, eventualmente, lucro cessante) atteso che, pur non producendo reddito monetizzato, il lavoro domestico costituisce un'attività suscettibile di valutazione economica (Nella fattispecie, la Corte di Appello di Roma, in sede di giudizio di rinvio dalla Cassazione, ha riconosciuto e liquidato, riducendolo per la accertata responsabilità concorsuale, il danno patrimoniale, autonomamente valutato rispetto al danno biologico, subito in conseguenza della riduzione della capacità lavorativa domestica dell’appellante).
[Merito Civile, Sez. Terza, n. 0 del 15/06/2010].

In presenza di un prospetto di offerta pubblica di sottoscrizione di azioni societarie che contenga informazioni fuorvianti in ordine alla situazione patrimoniale della società, l'emittente al quale le errate informazioni siano imputabili, anche solo a titolo di colpa, risponde verso chi ha sottoscritto le azioni del danno subito per aver acquistato titoli di valore inferiore a quello che il prospetto avrebbe lasciato supporre, dovendosi presumere, in difetto di prova contraria, che la non veridicità del prospetto medesimo abbia influenzato le scelte d'investimento del sottoscrittore.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 14056 del 11/06/2010].

Nelle offerte pubbliche di acquisto, vendita o scambio di strumenti finanziari, non essendo concepibile nessuna trattativa ed essendo l'aderente all'offerta in grado di determinare la propria scelta contrattuale solo in base alle informazioni reperibili sul mercato, l'obbligo di predisporre un prospetto informativo redatto secondo criteri ben determinati, posto a carico dell'offerente dalla disciplina di settore (art. 18 della legge n. 216 del 1974, applicabile "ratione temporis", nel testo modificato dall'art. 12 della legge n. 77 del 1983), si differenzia da quello cui, piú specificamente, allude l'art. 1337 cod. civ., al cui disposto è dunque lecito far riferimento soltanto nella misura in cui si rinviene in esso un'applicazione del generale dovere di buona fede: ove, pertanto, tale obbligo non venga rispettato - sia stato concluso, o meno, il contratto di sottoscrizione delle azioni - si configura un'ipotesi di violazione del dovere di "neminem laedere", con la conseguente possibilità che colui al quale tale violazione è imputabile sia chiamato a rispondere del danno da altri subito a cagione della violazione medesima, secondo i principi della responsabilità aquiliana, non solo quando egli abbia operato a titolo di dolo, ma anche se la violazione delle regole disciplinanti il prospetto d'offerta sia frutto di colpa, perché compilato con negligenza o imperizia in modo difforme dal dovuto.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 14056 del 11/06/2010].

La c.d. "occupazione acquisitiva", pur potendosi realizzare anche prima dell'ultimazione dei lavori, allorquando il suolo abbia subito una radicale trasformazione nel suo aspetto materiale, in modo da perdere la sua conformazione fisica originaria e da risultare stabilmente ed inscindibilmente incorporato, quale parte indistinta e non autonoma, nel nuovo bene costituito dall'opera stessa, non può essere individuata in base ad un principio di carattere generale, applicabile in tutte le fattispecie, neppure se posta in relazione con la realizzazione delle fondazioni dell'edificio da edificare - sia nel senso che esse implicherebbero necessariamente l'irreversibilità della trasformazione, sia in quello che esse sarebbero sotto tale profilo sempre insufficienti - dipendendo la stessa dalla natura dei lavori da eseguire e dell'interesse pubblico che attraverso essi si persegue, la cui valutazione è riservata all'accertamento di fatto del giudice del merito, non censurabile in sede di legittimità, se non nei limiti del vaglio di sufficienza e logicità.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 14055 del 11/06/2010].

Ai fini della liquidazione del risarcimento dei danni deve applicarsi il principio di cui all'art. 1223 del codice civile, per il quale sono risarcibili i danni derivanti in via immediata e diretta dalla condotta illecita e il risarcimento del danno a carico della Pubblica amministrazione non può ritenersi come un semplice effetto automatico dell'annullamento giurisdizionale del provvedimento impugnato, richiedendo esso, invece, la presenza di una verifica positiva degli specifici requisiti (lesione della posizione giuridica soggettiva tutelata, accertamento dell'imputabilità dell'evento dannoso alla responsabilità dell'Amministrazione, esistenza di un danno patrimoniale ingiusto, nesso causale tra l'illecito compiuto e il danno patrimoniale ingiusto, nesso causale tra l'illecito compiuto e il danno subito), atteso che il ricorso giurisdizionale è diretto naturalmente a conseguire la riparazione integrale della concreta situazione pregiudicata, cosicché il ricorso all'azione risarcitoria è possibile soltanto quando - nonostante l'annullamento dell'atto e la nuova attività amministrativa volta all'adozione di altro atto che soddisfi l'interesse del privato - sussistano ancora conseguenze pregiudizievoli in capo all'interessato, gravando in tal caso, però, su chi assume di essere stato danneggiato l'onere ex art. 2697 c. c. di fornire la necessaria prova circa la sussistenza degli elementi costitutivi della responsabilità dell'illecito di cui all'art. 2043 c. c. .
[Tar, Sez. Seconda, n. 17019 del 10/06/2010].

Colui che propone ricorso con domanda risarcitoria, proposta introdotta quest’ultima anche autonomamente e separatamente rispetto alla domanda annullatoria, è tenuto tanto a dimostrare che anche dopo l'annullamento dell'atto contestato a lui non favorevole sussista ancora nei suoi confronti un pregiudizio derivante dalla condotta dalla p. a. e che tale condotta sia caratterizzata dall'elemento della colpa.
[Tar, Sez. Seconda, n. 17019 del 10/06/2010].

Il danno c. d. da disturbo è caratterizzato dalla lesione di un interesse legittimo di tipo oppositivo e consiste nel ristoro del pregiudizio asseritamente subito in conseguenza dell’illegittima compressione delle facoltà di cui il privato cittadino era già titolare. Presupposti e condizioni necessari per ammetterne la risarcibilità, con riferimento al danno da disturbo, è che la riscontrata illegittimità dell’atto rappresenta, nella normalità dei casi, l’indice della colpa dell’Amministrazione, indice tanto più grave, preciso e concordante quanto più intensa e non spiegata sia l’illegittimità in cui l’apparato amministrativo sia incorso. In tale eventualità spetta all’Amministrazione fornire elementi istruttori o anche meramente assertori volti a dimostrare l’assenza di colpa.
[Tar, Sez. Seconda, n. 17019 del 10/06/2010].

Il requisito della colpa della Pubblica amministrazione, necessario ai fini del risarcimento dei danni derivanti da lesione di interessi legittimi, sussiste ogni volta che, in assenza di cause di giustificazione legalmente tipizzate, il provvedimento annullato sia stato emanato in violazione di un canone di condotta agevolmente percepibile nella sua portata vincolante.
[Tar, Sez. Seconda, n. 17019 del 10/06/2010].

In tema di responsabilità civile, affinché la violazione di una norma possa costituire causa o concausa di un evento, é necessario che essa sia preordinata ad impedirlo; in caso contrario la condotta trasgressiva del contravventore assume autonoma rilevanza giuridica, non però costitutiva di un rapporto di causalità con l'evento, in relazione al quale diviene un mero antecedente storico occasionale. (Nella specie, relativa ad un sinistro mortale occorso ad un soggetto che, alla guida della sua auto, era stato trafitto da una sbarra di ferro posta in corrispondenza dell'accesso all'argine di un fiume, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto sussistente la responsabilità della P.A. che aveva la custodia, cura e manutenzione dell'argine e degli impianti e dispositivi ad essi inerenti, essendo stato accertato sia che il divieto di transito era stato apposto per impedire di accedere alle sommità arginali del fiume utilizzandole come strada e non per impedire di avvicinarsi alla sbarra, posta dopo il cartello e priva di un sistema di fissaggio che, se adottato, sarebbe stato idoneo ad impedire l'evento, sia che la mobilità di tale sbarra era stata la causa esclusiva dello sfondamento del parabrezza dell'auto, sicché la trasgressione del conducente al divieto di transito era degradata a mera occasione dell'evento).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 13830 del 09/06/2010].

Il curatore del fallimento di un consorzio con attività esterna non è legittimato ad esercitare, nei confronti degli amministratori del consorzio, l'azione di responsabilità eventualmente spettante a coloro che vantino pretese creditorie a valere sul fondo consortile e lamentino l'incapienza di questo, ovvero abbiano subito danni diretti per essere stati fuorviati dalla violazione dei criteri legali che presiedono alla redazione della situazione patrimoniale del consorzio, restando questa un'azione risarcitoria individuale nella titolarità di ciascun singolo creditore nei confronti dell'amministratore del consorzio, che è soggetto diverso dal fallito, e che non è, egli stesso, fallito. Invero, i consorzi, pur quelli con attività esterna, costituiscono enti ben diversi dalla società per azioni, sia dal punto di vista strutturale, sia per le finalità in relazione alle quali operano, e sia per il modo di essere della loro base economico-finanziaria, con conseguente impossibilità di un'applicazione analogica dell'azione di responsabilità dei creditori sociali contemplata dall'art. 2394 cod. civ. e, per l'ipotesi di fallimento, dal successivo art. 2394-bis cod. civ.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 13465 del 03/06/2010].

Il curatore del fallimento di un consorzio con attività esterna non è legittimato ad esercitare, nei confronti degli amministratori del medesimo consorzio, l'azione di responsabilità extracontrattuale per lesione dei diritti di credito, ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., non trovando nel patrimonio del consorzio la titolarità di un'azione di responsabilità già spettante all'ente (dato che per l'art. 2608 cod. civ. gli amministratori rispondono verso i consorziati e non verso il consorzio), e non potendo invocare una norma speciale che gli attribuisca, sul modello dell'art. 2394 (ora 2394-bis) cod. civ., il potere di agire per conto dei creditori nei confronti di un soggetto diverso dal fallito, né potendo a tal fine giovarsi dell'art. 146 della legge fall., perché la speciale disciplina del capo X della legge fallimentare è circoscritta all'ipotesi di fallimento di società, onde sarebbe arbitrario riferirla anche alla diversa figura del consorzio.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 13465 del 03/06/2010].

In tema di risarcimento del danno, i postumi d'invalidità personale di piccola entità (c.d. micropermanente) - in quanto non superiori al 10 per cento - non incidendo sulla capacità del danneggiato di produrre reddito, non hanno rilevanza sul danno di natura patrimoniale, ma riguardando la menomazione del bene salute possono essere valutati soltanto sotto l'aspetto del danno biologico, salva la prova contraria, fondata su specifiche circostanze, che essi abbiano prodotto conseguenze anche sulla capacità lavorativa specifica e, quindi, anche un danno patrimoniale, il quale, però, non può essere allegato con argomentazioni apodittiche ed astratte e, come tali, inammissibili.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 13431 del 01/06/2010].

Il curatore fallimentare è legittimato ad agire, ai sensi dell'art. 146 della legge fall. in correlazione con l'art. 2393 cod. civ., nei confronti della banca, quale terzo responsabile solidale del danno cagionato alla società fallita per effetto dell'abusivo ricorso al credito da parte dell'amministratore della predetta società, senza che possa assumere rilievo il mancato esercizio dell'azione contro l'amministratore infedele, in quanto, ai sensi dell'art. 2055 cod. civ., se un unico evento dannoso è imputabile a piú persone, sotto il profilo dell'efficienza causale delle singole condotte, sorge a carico delle stesse un'obbligazione solidale, il cui adempimento può essere richiesto, per l'intero, anche ad un solo responsabile.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 13413 del 01/06/2010].

Il danno definitivo da violazione della normativa edilizia in tema di volumi e altezza e di cui all'art. 872 cod. civ. consiste nel deprezzamento commerciale del fabbricato in concreto danneggiato per diminuzione di visuale, esposizione, luce, aria, sole e amenità in genere.
[Cass. Civile, Sez. Seconda, n. 13230 del 31/05/2010].

Va risarcito alla società aeroportuale il danno provocato dal ritardo con cui l’Enac ha determinato il corrispettivo per il servizio dei controlli di sicurezza sul 100% dei bagagli di stiva da applicarsi a cura dei gestori aeroportuali (introdotto dal regolamento CE n. 2320/2002 del 16. 12. 2002), essendo l’amministrazione ben consapevole che dal preventivato e imposto avvio del servizio sarebbero derivati oneri alle società di gestione: tale la consapevolezza, dunque, che i costi connessi all’espletamento del servizio non avrebbero avuto copertura in assenza di provvedimento di fissazione del corrispettivo induce a ritenere la sussistenza dell’elemento soggettivo della responsabilità ex art. 2043 c. c.
[Tar, Sez. Terza Ter, n. 13847 del 28/05/2010].

In caso di occupazione appropriativa verificatasi nell'ambito di un procedimento di espropriazione finalizzato alla realizzazione di alloggi popolari, la delega conferita all'Iacp per il compimento degli atti espropriativi non esclude la configurabilità di una concorrente responsabilità del Comune, ove quest'ultimo, in qualità di beneficiario dell'espropriazione e soggetto competente a conseguire il decreto di esproprio, abbia omesso ogni controllo sulla procedura ablatoria, soprattutto in riferimento ai parametri temporali di svolgimento della stessa ed al conseguimento di atti espropriativi esenti da vizi. Pertanto, l'Iacp, convenuto in giudizio per il risarcimento del danno, è abilitato a chiamare in causa il Comune al fine di esercitare nei suoi confronti l'azione di regresso in via anticipata, per l'eventualità che l'azione risarcitoria sfoci in una condanna, rispondendo all'economia dei giudizi che lo stesso giudice adito dal danneggiato possa giudicare anche della domanda di regresso, valutandone la misura in funzione delle rispettive colpe e dell'entità delle conseguenze che ne sono derivate, fermo restando che il recupero della quota riconosciuta in sede di regresso sarà possibile solo dopo il pagamento dell'intero debito al creditore.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 13087 del 28/05/2010].

In tema di espropriazione per pubblica utilità, qualora la P.A. proceda all'occupazione delle aree e le trasformi irreversibilmente con l'esecuzione di opere, in mancanza di dichiarazione di pubblica utilità (c.d. occupazione usurpativa), la carenza del potere espropriativo determina l'illegittimità "ab origine" dell'occupazione e l'illiceità permanente dell'opera pubblica, che impedisce la decorrenza del termine prescrizionale in relazione all'eventuale azione di risarcimento del danno da parte del proprietario del fondo occupato.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 13023 del 27/05/2010].

In tema di risarcimento del danno da fatto illecito, la prescrizione decorre non dal momento in cui il fatto del terzo determina ontologicamente il danno all'altrui diritto, bensí da quello in cui la produzione del danno si manifesta all'esterno, divenendo conoscibile, ossia dal momento in cui il danneggiato abbia avuto - o avrebbe dovuto avere, usando l'ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche - sufficiente conoscenza della rapportabilità causale del danno lamentato.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 12699 del 25/05/2010].

La valutazione equitativa del danno, in quanto inevitabilmente caratterizzata da un certo grado di approssimatività, è suscettibile di rilievi in sede di legittimità, sotto il profilo del vizio della motivazione, solo se difetti totalmente la giustificazione che quella statuizione sorregge, o macroscopicamente si discosti dai dati di comune esperienza, o sia radicalmente contraddittoria. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto correttamente motivata la sentenza impugnata, che, con riferimento alle molestie sessuali subite da un lavoratrice, aveva liquidato equitativamente il danno non patrimoniale, utilizzando, quanto al danno morale, il criterio dell'odiosità della condotta lesiva nei confronti di persona in posizione di soggezione, e, quanto al danno esistenziale, quello della rilevanza del clima di intimidazione creato nell'ambiente lavorativo dal comportamento del datore di lavoro e del peggioramento delle relazioni interne al nucleo familiare della lavoratrice molestata in conseguenza dell'illecito subito).
[Cass. Civile, Sez. Lavoro, n. 12318 del 19/05/2010].

L'art. 103 Cost. non consente di ritenere che il giudice amministrativo possa conoscere di controversie in cui non sia parte una P.A. (o un soggetto ad essa equiparato), sicché la pretesa risarcitoria avanzata (nella specie, unitamente agli altri partecipi della convenzione lottizzatoria) nei confronti del funzionario di un Comune, quale responsabile del procedimento urbanistico di approvazione di una convenzione di lottizzazione, poi dichiarata illegittima, va proposta dinanzi al giudice ordinario.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 11932 del 17/05/2010].

Spetta al giudice ordinario conoscere della domanda risarcitoria, proposta, a titolo di garanzia, nei confronti di un Comune per i danni subiti dall'acquirente di un immobile incluso in piano di lottizzazione dichiarato illegittimo (in sede giurisdizionale amministrativa), che abbia agito, in via principale, per l'annullamento della compravendita nei riguardi della parte venditrice. Detta domanda, infatti, non rientra nel campo applicativo dell'art. 34 del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80 (come modificato dall'art. 7 della legge 21 luglio 2000, n. 205), né sollecita la tutela di una situazione configurabile come diritto patrimoniale consequenziale, giacché non postula alcun accertamento sull'esercizio del potere amministrativo autoritativo in materia urbanistica ed edilizia, che ha portato all'approvazione del piano comunale di lottizzazione, ma, sul presupposto che quest'ultimo resti caducato, ascrive al comportamento del Comune chiamato in causa la responsabilità per gli effetti conseguenti alla sopravvenuta impossibilità di realizzare il programma costruttivo.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 11932 del 17/05/2010].

Il socio di una società di capitali è titolare, già prima che divenga esigibile il suo diritto alla quota di liquidazione, di una situazione giuridica direttamente tutelata, avente ad oggetto innanzi tutto il diritto alla durata tendenzialmente illimitata della società ed alla propria partecipazione al libero svolgimento dell'attività negoziale di essa e delle operazioni sociali. (Nel caso di specie, la C. S. ha cassato la sentenza impugnata, la quale - a fronte della domanda risarcitoria proposta dal socio per gli illeciti commessi, in concorso fra loro, dagli altri soci e dall'amministratore di una società a responsabilità limitata, consistenti nella falsificazione delle scritture sociali, nella distruzione del libro dei soci e nella sostituzione dello stesso con un nuovo libro attestante falsamente la titolarità delle quote in capo ai soci - aveva omesso di individuare esattamente l'evento di danno lamentato, considerato unitariamente come risultato della condotta concorrente degli autori dell'illecito, e di accertare se tale evento fosse lesivo della situazione giuridica soggettiva del socio direttamente tutelata in capo allo stesso, come sopra individuata).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 11959 del 17/05/2010].

La funzione del notaio, intervenuto all'assemblea straordinaria di una società, è essenzialmente quella di certificare le attività avvenute in sua presenza (operazioni di voto, esito delle stesse, maggioranze, ecc.) e non quella di verificare la legittimazione degli intervenuti nell'assemblea stessa (funzione, quest'ultima, spettante agli organi amministrativi, quali il presidente del consiglio di amministrazione o l'amministratore).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 11959 del 17/05/2010].

La prescrizione del diritto del terzo al risarcimento del danno, e ai relativi interessi, nei confronti del "falsus procurator", decorre dalla conclusione del contratto perché il fatto costitutivo della responsabilità extracontrattuale di questi è il suo comportamento illecito, che ingenera l'affidamento incolpevole del terzo contraente sulla validità del contratto, e non la definitiva inefficacia di esso (come nel caso in cui sia decorso inutilmente il termine assegnato allo pseudo-rappresentato per la ratifica, ovvero sia scaduto il termine per la stipula del definitivo).
[Cass. Civile, Sez. Seconda, n. 12039 del 17/05/2010].

L'accoglimento della domanda di risarcimento del danno da lucro cessante o da perdita di "chance" esige la prova, anche presuntiva, dell'esistenza di elementi oggettivi e certi dai quali desumere, in termini di certezza o di elevata probabilità e non di mera potenzialità, l'esistenza di un pregiudizio economicamente valutabile. (Nella specie, relativa all'illegittima mancata ammissione di un allievo alla scuola di danza di un teatro, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva equitativamente riconosciuto, oltre al pregiudizio patrimoniale in senso stretto liquidato sulla base dei compensi annui che l'attore avrebbe percepito come allievo della scuola, il danno da perdita di "chance", consistito nella perdita di concrete possibilità di lavoro conseguenti al forzato ed illegittimo fermo artistico nel periodo in cui il giovane allievo avrebbe avuto maggiori possibilità di guadagni professionali).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 11353 del 11/05/2010].

In tema di autorizzazione dell'interessato alla pubblicazione della propria immagine, le ipotesi previste dall'art. 97 della legge 22 aprile 1941, n. 633, ricorrendo le quali l'immagine può essere riprodotta senza il consenso della persona ritratta, sono giustificate dall'interesse pubblico all'informazione; di conseguenza, avendo carattere derogatorio del diritto alla immagine, quale diritto inviolabile della persona tutelato dalla Costituzione, sono di stretta interpretazione. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata, che aveva escluso la necessità del consenso dell'interessato, ritenendo che non avesse fini di lucro, ma scopi "didattici o culturali", previsti dal suddetto art. 97, la pubblicazione dell'immagine di un ex allievo di una scuola di danza nella locandina promozionale di uno spettacolo a pagamento della stessa scuola).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 11353 del 11/05/2010].

L'illecita pubblicazione dell'immagine altrui obbliga al risarcimento anche dei danni patrimoniali, che consistono nel pregiudizio economico di cui la persona danneggiata abbia risentito per effetto della predetta pubblicazione e di cui abbia fornito la prova. In ogni caso, qualora - come accade soprattutto se il soggetto leso non è persona nota - non possano essere dimostrate specifiche voci di danno patrimoniale, la parte lesa può far valere (conformemente ad un principio recepito dall'art. 128 della legge 22 aprile 1941, n. 633, novellato dal d.lgs. 16 marzo 2006, n. 140, non applicabile alla specie "ratione temporis") il diritto al pagamento di una somma corrispondente al compenso che avrebbe presumibilmente richiesto per concedere il suo consenso alla pubblicazione, determinandosi tale importo in via equitativa, avuto riguardo al vantaggio economico presumibilmente conseguito dell'autore dell'illecita pubblicazione in relazione alla diffusione del mezzo sul quale la pubblicazione è avvenuta, alle finalità perseguite e ad ogni altra circostanza congruente con lo scopo della liquidazione.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 11353 del 11/05/2010].

Il dipendente che, nei periodi in cui non ha prestato le predette attività lavorative (o professionali) ha impegnato le proprie energie non a favore dell'Amministrazione, ma per la cura di interessi familiari, culturali e di svago è soggetto alla detrazione in via equitativa nella misura del 50%., dalla somma complessiva spettante nei periodi in cui non ha prestato le attività lavorative o professionali anzidette.
[Cons. di Stato, Sez. Sesta, n. 2672 del 07/05/2010].

Per ciò che attiene la verifica in ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo dell’illecito foriero di danno, non è in via ordinaria richiesto al privato un particolare onere probatorio, ben potendo egli limitarsi ad allegare l’illegittimità attizia quale indice di presunzione (semplice – art. 2729 cod. civ. -) della colpa dell’Amministrazione. Incomberà quindi sull’Amministrazione l’onere di fornire la prova in contrario (i. e. : la dimostrazione relativa al fatto che si sia trattato di errore scusabile, come nelle ipotesi di contrasti giurisprudenziali sull’interpretazione della normativa rilevante o di formulazione incerta di norme da poco entrate in vigore). Si deve escludere che l’annullamento in sede giurisdizionale dell’atto amministrativo asseritamente foriero di danno costituisca ex se indice univoco della sussistenza della colpa in capo all’Amministrazione procedente.
[Cons. di Stato, Sez. Sesta, n. 2676 del 07/05/2010].

L’imputazione della responsabilità nei confronti della p. a. non può avvenire sulla base del mero dato obiettivo dell’illegittimità dell’azione amministrativa, richiedendosi piuttosto l’accertamento in concreto della colpa dell’amministrazione (sia pure, attraverso il temperamento offerto dal ricorso al richiamato meccanismo di praesumptio juris tantum), che è configurabile quando l’esecuzione dell’atto illegittimo sia avvenuta in violazione delle regole proprie dell’azione amministrativa, desumibili sia dai principi costituzionali in punto di imparzialità e buon andamento, sia dalle norme di legge ordinaria in punto di celerità, efficienza, efficacia e trasparenza, sia dai principi generali dell’ordinamento, in punto di ragionevolezza, proporzionalità ed adeguatezza.
[Cons. di Stato, Sez. Sesta, n. 2676 del 07/05/2010].

L’allegazione nel giudizio amministrativo di dichiarazioni sostitutive relative alle vicende di causa è da escludere, trattandosi di un modo surrettizio per introdurre nel giudizio di legittimità lo strumento della prova testimoniale.
[Cons. di Stato, Sez. Sesta, n. 2676 del 07/05/2010].

In materia di violazione delle distanze tra costruzioni previste dal codice civile e dalle norme integrative dello stesso, quali i regolamenti edilizi comunali, al proprietario confinante che lamenti tale violazione compete sia la tutela in forma specifica, finalizzata al ripristino della situazione antecedente al verificarsi dell'illecito, sia quella risarcitoria, e, determinando la suddetta violazione un asservimento di fatto del fondo del vicino, il danno deve ritenersi "in re ipsa", senza necessità di una specifica attività probatoria.
[Cass. Civile, Sez. Seconda, n. 11196 del 07/05/2010].

In tema di assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, l'esonero del datore di lavoro dalla responsabilità civile per i danni occorsi al lavoratore infortunato e la limitazione dell'azione risarcitoria di quest'ultimo al cosiddetto danno differenziale, nel caso di esclusione di detto esonero per la presenza di responsabilità di rilievo penale (a norma dell'art. 10 d.P.R. n. 1124 del 1965 e delle inerenti pronunce della Corte costituzionale), riguarda solo le componenti del danno coperte dall'assicurazione obbligatoria, la cui individuazione è mutata nel corso degli anni. Ne consegue che per le fattispecie sottratte, "ratione temporis", all'applicazione dell'art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000 la suddetta limitazione riguarda solo il danno patrimoniale collegato alla riduzione della capacità lavorativa generica, e non si applica al danno non patrimoniale (ivi compreso quello alla salute o biologico) e morale per i quali continua a trovare applicazione la disciplina antecedente al d.lgs. n. 38 del 2000 che escludeva la copertura assicurativa obbligatoria.
[Cass. Civile, Sez. Lavoro, n. 10834 del 05/05/2010].

L'esercizio del potere discrezionale di liquidare il danno in via equitativa, conferito al giudice dagli artt. 1226 e 2056 cod. civ., espressione del piú generale potere di cui all'art. 115 cod. proc. civ., dà luogo non già ad un giudizio di equità, ma ad un giudizio di diritto caratterizzato dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva od integrativa, che, pertanto, presuppone che sia provata l'esistenza di danni risarcibili e che risulti obiettivamente impossibile o particolarmente difficile, per la parte interessata, provare il danno nel suo preciso ammontare; non è possibile, invece, in tal modo surrogare il mancato accertamento della prova della responsabilità del debitore o la mancata individuazione della prova del danno nella sua esistenza.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 10607 del 30/04/2010].

In tema di responsabilità aquiliana, il nesso causale è regolato dai principi di cui agli artt. 40 e 41 cod. pen., per i quali un evento è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (cosiddetta teoria della "condicio sine qua non"), nonché dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base della quale, all'interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiono - ad una valutazione "ex ante" - del tutto inverosimili; a tal fine il comportamento colposo del danneggiato, quando non sia da solo sufficiente ad interrompere il nesso causale, può tuttavia integrare, ai sensi dell'art. 1227, primo comma, cod. civ., un concorso di colpa che diminuisce la responsabilità del danneggiante. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto sussistente una percentuale di responsabilità, a titolo di "culpa in eligendo", a carico del committente del lavoro di abbattimento di un muro per averlo affidato ad un operaio che non aveva nessuna esperienza specifica come muratore, sicché dalla maldestra esecuzione del lavoro era derivata la morte dell'operaio stesso).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 10607 del 30/04/2010].

In tema di risarcimento dei danni derivanti da incidente stradale, il cd. "danno da fermo tecnico" del veicolo incidentato non può considerarsi sussistente "in re ipsa", quale conseguenza automatica dell'incidente, ma necessita, per converso, di esplicita prova, che attiene tanto al profilo della inutilizzabilità del mezzo meccanico in relazione ai giorni in cui esso è stato sottratto alla disponibilità del proprietario, tanto a quello della necessità del proprietario stesso di servirsene, così che, dalla impossibilità dell'utilizzazione del mezzo incidentato, ne sia derivato un danno quale, ad esempio, la impossibilità dello svolgimento di un'attività lavorativa, ovvero l'esigenza di far ricorso a mezzi sostitutivi (Nella fattispecie, il Giudice di merito ha escluso che potesse dirsi provato il danno da fermo tecnico, sulla scorta del solo preventivo dei danni riportati dal veicolo coinvolto nel sinistro).
[Merito Civile, Sez. Dodicesima, n. 0 del 29/04/2010].

La norma dell'art. 2052 cod. civ. - in base alla quale chi si serve di un animale è responsabile dei danni dallo stesso cagionati per il tempo in cui lo ha in uso - trova il proprio fondamento nel principio per cui chi fa uso dell'animale nell'interesse proprio e per il perseguimento di proprie finalità, anche se non economiche, è tenuto risarcire i danni arrecati ai terzi che siano causalmente collegati al suddetto uso; in tale situazione, peraltro, non rientra colui il quale utilizzi l'animale per svolgere mansioni inerenti alla propria attività di lavoro, che gli siano state affidate dal proprietario dell'animale alle cui dipendenze egli presti tale attività. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva respinto la domanda, avanzata da un componente del corpo di polizia municipale, di risarcimento dei danni conseguenti alla caduta dovuta all'impennata del cavallo da lui montato, sul rilievo che in quel momento l'animale era affidato alla custodia dello stesso danneggiato).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 10189 del 28/04/2010].

In tema di risarcimento del danno, dovendo la liquidazione essere effettuata in valori monetari attuali, non è necessaria l'espressa richiesta da parte dell'interessato degli interessi legali sulle somme rivalutate, la quale deve ritenersi compresa nella domanda di integrale risarcimento inizialmente proposta e se avanzata per la prima volta in appello non comporta una violazione dell'art. 345 cod. proc. civ., atteso che nei debiti di valore il riconoscimento degli interessi c.d. compensativi costituisce una modalità liquidatoria del possibile danno da lucro cessante, cui è consentito al giudice di far ricorso con il limite dell'impossibilità di calcolarli sulle somme integralmente rivalutate alla data dell'illecito, e che l'esplicita richiesta deve intendersi esclusivamente riferita al valore monetario attuale ed all'indennizzo del lucro cessante per la ritardata percezione dell'equivalente in denaro del danno patito.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 10193 del 28/04/2010].

L'istituto di credito che invia ad altra sua filiale moduli di assegno circolare in bianco, risponde a titolo di responsabilità extracontrattuale dei danni subiti dai terzi per l'illegittima circolazione dei moduli andati dispersi e/o sottratti e successivamente contraffatti; non potendosi ritenere sufficiente a tutelare gli interessi dei terzi che eventualmente possono venire lesi dalla illegittima circolazione di tali moduli, la semplice segnalazione degli stessi alla Centrale d'Allarme Interbancaria, la quale invece è finalizzata alla tutela dell'istituto stesso nei confronti degli altri operatori del settore qualora terzi dovessero, nonostante la segnalazione, comunque procedere all'incasso dell'assegno. Ne consegue che ai fini della esclusione di responsabilità, la Banca, operatore qualificato, ha l’onere di procedere ad una più immediata informazione dell'utenza attraverso forme di pubblicità più capillare, quali la pubblicazione dei numeri di serie degli assegni su quotidiani di rilevanza nazionale.
[Merito Civile, Sez. Undicesima, n. 0 del 28/04/2010].

Il diritto al risarcimento del danno patrimoniale da lucro cessante non può farsi discendere in modo automatico dall'accertamento dell'invalidità permanente, poiché esso sussiste solo se tale invalidità abbia prodotto una riduzione della capacità lavorativa specifica. A tal fine, il danneggiato è tenuto a dimostrare, anche tramite presunzioni, di svolgere un'attività produttiva di reddito e di non aver mantenuto, dopo l'infortunio, una capacità generica di attendere ad altri lavori confacenti alle sue attitudini personali; trattandosi di minore, il risarcimento di tale danno andrà calcolato sulla base di una previsione della sua futura attività lavorativa, da compiersi tenendo conto degli studi effettuati e delle sue inclinazioni, nonché della posizione economico-sociale della famiglia di appartenenza.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 10074 del 27/04/2010].

Sussiste la giurisdizione del giudice amministrativo sulla domanda risarcitoria che abbia il suo presupposto dichiarato nella dedotta illegittimità di un atto amministrativo emesso nell'ambito di un rapporto devoluto alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo a nulla rilevando che non sia stato contestualmente impugnato l'atto del quale deve accertarsi incidentalmente l'illegittimità, non potendo ipotizzarsi la contemporanea sussistenza di ambedue le giurisdizioni (ordinaria e amministrativa) con riferimento ad una medesima situazione giuridica, anche se l'atto ritenuto illegittimo sia ancora produttivo di effetti e nel giudizio risarcitorio non ne sia stata chiesta la rimozione, atteso che la parte, titolare d'una situazione di interesse legittimo, se ritiene che questa sia rimasta sacrificata da un esercizio illegittimo della funzione amministrativa, ha diritto di scegliere tra fare ricorso alla tutela risarcitoria anziché a quella demolitoria (Fattispecie relativa a risarcimento danno da c.d. “perdita di chance”, derivato da atto amministrativo ritenuto illegittimo ma non autonomamente impugnato).
[Merito Civile, Sez. Seconda, n. 0 del 26/04/2010].

La presunzione di responsabilità per danni da cose in custodia prevista dall'art. 2051 cod. civ. non si applica, per i danni subiti dagli utenti dei beni demaniali, le volte in cui non sia possibile esercitare sul bene stesso la custodia intesa quale potere di fatto sulla cosa. In riferimento al demanio stradale, la possibilità concreta di esercitare tale potere va valutata alla luce di una serie di criteri, quali l'estensione della strada, la posizione, le dotazioni e i sistemi di assistenza che la connotano, per cui l'oggettiva impossibilità della custodia rende inapplicabile il citato art. 2051; tale impossibilità, peraltro, non sussiste quando l'evento dannoso si è verificato su un tratto di strada che in quel momento era in concreto oggetto di custodia o quando sia stata proprio l'attività compiuta dalla P.A. a rendere pericolosa la strada medesima.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 9546 del 22/04/2010].

Ove si verifichi un sinistro a seguito di non corretta manutenzione del manto stradale da parte dell'ente preposto alla tutela, la responsabilità gravante sulla P.A., ai sensi dell'art. 2051 cod. civ., per l'obbligo di custodia delle strade demaniali è esclusa ove l'utente danneggiato abbia tenuto un comportamento colposo tale da interrompere il nesso eziologico tra la causa del danno e il danno stesso, dovendosi altrimenti ritenere, ai sensi dell'art. 1227, primo comma, cod. civ., che tale comportamento integri soltanto un concorso di colpa idoneo a diminuire, in proporzione dell'incidenza causale, la responsabilità della P.A.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 9546 del 22/04/2010].

In tema di occupazione appropriativa, avendo il legislatore riconosciuto (seppure indirettamente), gli effetti dell'istituto per la prima volta soltanto con la legge n. 458 del 1988, è a partire da questo momento che deve farsi decorrere la prescrizione del diritto al risarcimento del danno insorto in epoca anteriore, dovendo la decorrenza della prescrizione essere riferita, ai sensi dell'art. 2935 cod. civ., alla possibilità legale di esercizio del diritto, requisito che non può ritenersi soddisfatto in una situazione, come quella anteriore alla legge citata, caratterizzata dalla mancanza di un riconoscimento legislativo e giurisprudenziale dell'istituto dell'occupazione appropriativa, e non potendo conseguentemente porsi a carico del titolare del diritto al risarcimento le conseguente del mancato esercizio di esso in tale periodo.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 9620 del 22/04/2010].

La domanda di corresponsione dell'indennità di requisizione e quella di risarcimento del danno hanno diversa natura, l'una indennitaria e l'altra risarcitoria, e si basano su diversi presupposti di fatto, e cioé sull'emanazione del decreto di requisizione la prima, e sull'illegittima occupazione del bene la seconda; pertanto, chiesta con l'atto introduttivo del giudizio la condanna al pagamento dell'indennità, la successiva proposizione della domanda risarcitoria non dà luogo ad una mera diversa qualificazione giuridica della domanda originaria ma, essendo basata su una "causa petendi" diversa da quella prospettata, integra una domanda nuova. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva ritenuto inammissibile la domanda risarcitoria non formulata nell'atto introduttivo del giudizio ma soltanto successivamente, a seguito dell'annullamento dei decreti prefettizi di requisizione da parte del giudice amministrativo).
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 9625 del 22/04/2010].

In tema di danno patrimoniale futuro, ai fini della risarcibilità di quello conseguente alla riduzione della capacità lavorativa specifica (anche in caso di postumi permanenti acclarati), il giudice, oltre a dover accertare in quale misura la menomazione fisica abbia inciso sulla suddetta capacità (e, a sua volta, sulla capacità di guadagno), è tenuto anche a verificare se e in quale misura nel soggetto leso persista o residui, dopo e malgrado l'infortunio patito, una capacità ad attendere al proprio o ad altri lavori confacenti alle sue attitudini nonché alle sue condizioni personali e ambientali in modo idoneo alla produzione di altre fonti di reddito, in sostituzione di quelle perse o ridotte, e solo nell'ipotesi in cui, in forza di detti complessivi elementi di giudizio, risulti una riduzione della capacità di guadagno e, in virtú di questa, del reddito effettivamente percepito, tale ultima diminuzione è risarcibile sotto il profilo del lucro cessante.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 9444 del 21/04/2010].

In epoca antecedente l'entrata in vigore dell'art. 5, comma 7, del d.l. 30 ottobre 1987, n. 443, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 531 del 1987 - che ha stabilito l'obbligo per le USL di compiere preventivi controlli del sangue da destinare alle trasfusioni, al fine di accertare l'assenza del virus HIV - l'attività di trasfusione era già connotata da obiettiva pericolosità; ne consegue che incorre in responsabilità contrattuale, imputabile anche alla struttura sanitaria, il medico che - in mancanza di una situazione di reale emergenza e senza informare adeguatamente il paziente del rischio obiettivo che tale pratica terapeutica presentava - abbia eseguito una trasfusione di sangue, non testato almeno per il virus dell'epatite B, a causa della quale il paziente abbia contratto il virus dell'AIDS e sia, di conseguenza, deceduto. (Principio affermato in relazione ad una trasfusione eseguita nel 1984, che il giudice di merito aveva accertato non essere necessaria, rispetto alla quale il paziente non avrebbe prestato il proprio consenso ove correttamente informato).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 9315 del 20/04/2010].

Il principio secondo cui gli atti interruttivi della prescrizione hanno effetto, a norma dell'art. 1310, primo comma, cod. civ., nei confronti di tutti i condebitori solidali (tranne nel caso di quelli risultanti "ex post" immuni da colpa), non attiene all'ipotesi in cui l'atto introduttivo del giudizio (nella specie, controversia risarcitoria per i danni alla persona determinati da sinistro stradale), interruttivo della prescrizione, risulti originariamente proposto soltanto nei confronti di alcuni di detti condebitori e l'attore accerti, solo a seguito di chiamata in causa da parte dei convenuti, l'esistenza di altri condebitori solidali, con la conseguenza che, ove l'illecito integri ipotesi di reato, il termine prescrizionale nei confronti di quest'ultimi condebitori, ai sensi dell'art. 2947, terzo comma, cod. civ., decorre, in forza dell'art. 2935 cod. civ., non dal fatto (o da un'eventuale amnistia), ma dalla data della chiamata in causa.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 8324 del 07/04/2010].

La responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia prevista dall'art. 2051 cod. civ. prescinde dall'accertamento del carattere colposo dell'attività o del comportamento del custode e ha natura oggettiva, necessitando, per la sua configurabilità, del mero rapporto eziologico tra cosa ed evento; tale responsabilità prescinde, altresí, dall'accertamento della pericolosità della cosa stessa e sussiste in relazione a tutti i danni da essa cagionati, essendo esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato - con effetto liberatorio totale o parziale - anche dal fatto del danneggiato, avente un'efficacia causale tale da interrompere del tutto il nesso eziologico tra la cosa e l'evento dannoso o da affiancarsi come ulteriore contributo utile nella produzione del danno. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito la quale - avendo accertato che il conducente aveva perso il controllo della propria vettura a causa di un malore e che, dopo aver urtato contro il muro di contenimento, si era poi arrestato contro il "guard-rail", perdendo la vita nell'impatto - aveva escluso ogni responsabilità dell'ANAS, sul rilievo che il "guard-rail" era posizionato correttamente, che la presenza di barriere di contenimento era finalizzata proprio ad evitare incidenti e che l'urto, perciò, non era addebitabile all'ente proprietario della strada).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 8229 del 07/04/2010].

La valutazione circa il rispetto, da parte dell'appellante, dell'obbligo di indicare specificamente le critiche rivolte contro la sentenza di primo grado, ai sensi dell'art. 342 cod. proc. civ., va compiuta tenendo presente le argomentazioni addotte dal giudice di primo grado, poiché non è possibile una contestazione specifica di conclusioni non fondate su basi specifiche. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata la quale aveva ritenuto non generica la doglianza con cui l'appellante allegava che la liquidazione del danno non patrimoniale compiuta dal giudice di primo grado era stata eccessiva in relazione all'entità del pregiudizio, in base all'assunto che tale liquidazione era avvenuta in via equitativa e che pertanto, rispetto ad essa, la doglianza di "eccessività" era sufficiente a soddisfare il precetto di cui all'art. 342 cod. proc. civ.).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 7786 del 31/03/2010].

L'estrinsecazione del pensiero che si realizza tramite un'opera letteraria è diversa rispetto a quella che si compie tramite l'attività giornalistica; mentre quest'ultima, che trova il proprio fondamento nell'art. 21 Cost., svolge la funzione di offrire informazioni, notizie, fatti e vicende, anche se con l'aggiunta di valutazioni soggettive, l'opera letteraria, tutelata innanzitutto dall'art. 9 Cost., si connota per la creatività o, comunque, per l'affermazione di ideali e valori che l'autore intende trasmettere agli altri; ne consegue che, affinché un'opera letteraria assuma carattere diffamatorio, non basta che essa non sia veritiera, perché compito dell'arte non è quello di descrivere la realtà nel suo obiettivo e concreto verificarsi. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva applicato alla redazione della prefazione ad un libro i principi elaborati dalla giurisprudenza in tema di legittimo esercizio del diritto di cronaca giornalistica).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 7798 del 31/03/2010].

La domanda diretta a far dichiarare che l'opera letteraria, come concepita e realizzata dall'autore, viola il diritto alla reputazione ed a far eliminare la fonte della violazione, è inquadrabile nello schema dell'art. 2043 cod.civ., in quanto proposta a tutela di un diritto della personalità che si assume violato dal fatto illecito concorrente dell'autore e dell'editore, e di cui si chiede la reintegrazione, per quanto possibile, con un provvedimento assimilabile al risarcimento in forma specifica; tale domanda non dà luogo a litisconsorzio necessario fra l'autore e l'editore, potendo la sentenza essere utilmente data anche nei confronti di uno solo di essi.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 7635 del 30/03/2010].

In tema di circolazione stradale, la presunzione di responsabilità paritaria e concorrente dei conducenti, di cui all'art. 2054, secondo comma, c.c. impone una ripartizione delle responsabilità in egual misura nel caso in cui non risulti, in concreto, accertata l'entità della responsabilità esclusiva di ciascuno, mentre tale presunzione non opera, allorquando l'apporto causale colposo di almeno uno dei conducenti sia stato positivamente determinato, potendosi valutare l’altrui comportamento come concausa dell’evento alla luce dell’art. 1227 c.c. (fattispecie in cui la Corte di merito è pervenuta al giudizio di responsabilità ex art. 2054 com. 2 c. c. a carico dei due conducenti proprio perché non si è stati in grado, a seguito della istruttoria svolta, di pervenire ad una oggettiva ricostruzione della dinamica del sinistro e, per l’effetto, ha condannato il convenuto al 50% della pretesa azionata, oltre che al risarcimento del danno da fermo tecnico dell’automezzo).
[Merito Civile, Sez. Terza, n. 0 del 30/03/2010].

In materia di responsabilità derivante dalla circolazione dei veicoli, l'art. 2054 c. c. esprime, in ciascuno dei commi che lo compongono, principi di carattere generale applicabili a tutti i soggetti che da tale circolazione comunque ricevano danni e, quindi, anche ai trasportati, quale che sia il titolo del trasporto, di cortesia ovvero contrattuale, oneroso o gratuito; da ciò consegue che il trasportato, indipendentemente dal titolo del trasporto, può invocare i primi due commi della disposizione citata per far valere la responsabilità extracontrattuale del conducente ed il III comma per far valere quella solidale del proprietario che può liberarsi solo provando che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà ovvero che il conducente aveva fatto tutto il possibile per evitare il danno; ai fini dell'affermazione della responsabilità solidale del proprietario, ai sensi del citato III comma dell'art. 2054, è irrilevante che quella del conducente sia riconosciuta in via presuntiva, ai sensi dei primi due commi dell'art. 2054, ovvero sulla base di un accertamento in concreto della colpa, ai sensi dell'art. 2043 c. c. , giacché l'estensione della responsabilità al proprietario mira a soddisfare l'esigenza di carattere generale di garantire il risarcimento del danno al danneggiato (fattispecie in cui è stato riconosciuto il diritto del trasportato danneggiato per fatto addebitato a più soggetti, parimenti responsabili anche in via presuntiva e/o solidale, ad agire contro uno dei medesimi ed ottenere il tutto da questi).
[Merito Civile, Sez. Terza, n. 0 del 30/03/2010].

Qualora nell’ambito di una partita di calcetto un giocatore venga colpito da un avversario che non stia commettendo fallo, l’infortunato non ha diritto al risarcimento del danno subito.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 7175 del 25/03/2010].

In caso il lavoratore sia risultato inidoneo fisicamente in sede di visita medica, quando sia già risultato vincitore del concorso, ed aveva pertanto maturato il diritto all’assunzione non essendovi altri ostacoli alla stipulazione di regolare contratto di lavoro a tempo indeterminato, tale inidoneità è irrilevante. In tal caso consegue l’obbligo dell’amministrazione di ripristinare lo stato giuridico ed il trattamento economico del ricorrente al quale devono essere corrisposte le differenze retributive dal momento in cui avrebbe dovuto essere stipulato il contratto al momento dell’assunzione, comprensive degli eventuali scatti stipendiali e della rivalutazione e interessi nonché della ricostruzione della posizione previdenziale del ricorrente.
[Cons. di Stato, Sez. Quinta, n. 1670 del 22/03/2010].

La mancata impugnazione del licenziamento nel termine fissato non comporta la liceità del recesso del datore di lavoro, bensí preclude al lavoratore soltanto la possibilità di reintegrazione nel posto di lavoro e il risarcimento del danno ai sensi dell'art. 18 della Legge n. 300.1970. È esperibile invece la normale azione risarcitoria in base ai principi generali e previa allegazione dei presupposti, salvo il caso in cui il risarcimento del danno è dato unicamente dall' illegittimità del recesso.
[Cass. Civile, Sez. Lavoro, n. 6727 del 19/03/2010].

In tema di responsabilità da diffamazione a mezzo della trasmissione di un'intervista televisiva, qualora l'intervista contenga accuse di particolare gravità, il diritto di cronaca non esime l'emittente televisiva - e per essa il giornalista cui è affidata la trasmissione - dall'esercitare un rigoroso vaglio critico sulla veridicità dei fatti, o quantomeno dall'istituire un minimo di contraddittorio soprattutto dinanzi alla palese abnormità dei fatti narrati ed al sospetto di inaffidabilità della persona intervistata. (In applicazione del suddetto principio, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto gravemente carente il controllo sul contenuto dell'intervista, nella quale le accuse erano rivolte dall'intervistato nei confronti del responsabile del proprio licenziamento).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 6490 del 17/03/2010].

L'art. 12 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, nel prevedere una ipotesi eccezionale di pena pecuniaria privata per la diffamazione a mezzo stampa, non è suscettibile di applicazione analogica a casi diversi da quelli espressamente contemplati; conseguentemente, in mancanza di un espresso richiamo alla suddetta disposizione da parte della legge 7 agosto 1990, n. 223, che disciplina i reati commessi con il mezzo televisivo, non è applicabile a questi ultimi.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 6490 del 17/03/2010].

In tema di espropriazione per pubblica utilità, l'occupazione appropriativa di area inserita nel piano regionale delle cave, utilizzata per la realizzazione di una galleria con asportazione ed appropriazione del materiale scavato, precludendo il diritto del proprietario del suolo di utilizzare anche il sottosuolo, riconosciuto dall'art. 840, primo comma, cod. civ., determina un danno "in re ipsa" risarcibile, da liquidarsi sulla base del valore venale dell'immobile, calcolato in relazione alle capacità estrattive della cava, secondo le potenzialità materiali ed economiche della stessa, non rilevando la mancanza di autorizzazione per lo svolgimento dell'attività di cava al momento dell'illegittima apprensione; si tratta invero di situazione che non fa venire meno l'utilità economica del bene, apprezzabile, come tale, sia nella prospettiva del proprietario, sia in quella dei terzi, e che non esclude che la potenzialità reddituale correlata al possibile futuro conseguimento dell'autorizzazione assuma concreto significato quale motivo di appetibilità ed unità di misura del valore venale del bene, del quale il proprietario abbia a compiere legittimi atti di disposizione, non preclusi dal difetto di autorizzazione amministrativa.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 6309 del 16/03/2010].

La risarcibilità del danno non patrimoniale, pur non postulando che il fatto illecito integri in concreto un reato, essendo sufficiente che lo stesso sia astrattamente preveduto come tale - tuttavia necessita della prova sufficiente dei fatti posti a fondamento della domanda. Un indiscutibile elemento di prova per il giudice del merito è costituito dalla sentenza penale di applicazione della pena su richiesta delle parti ex art. 444 c. p. p. e qualora il giudice intenda disconoscere l’efficacia probatoria della pronuncia, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso la sua colpa, malgrado fosse inesistente.
[Merito Civile, Sez. Unica, n. 0 del 13/03/2010].

Il lavoratore decaduto dall'impugnativa del licenziamento illegittimo può esperire l'azione risarcitoria generale, previa allegazione dei relativi presupposti, diversi da quelli previsti dalla normativa sui licenziamenti e tali da configurare l'atto di recesso come idoneo a determinare un danno risarcibile, ma non può ottenere, neppure per equivalente, il risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni perdute a causa del licenziamento, essendogli ciò precluso dalla maturata decadenza.
[Cass. Civile, Sez. Lavoro, n. 5804 del 10/03/2010].

L'attività sportiva consistente nella partecipazione ad una lezione di equitazione da parte di allievi dotati di sufficiente esperienza rientra, ai fini della responsabilità civile, nella fattispecie di cui all'art. 2052 cod. civ., con applicazione della relativa presunzione; spetta, pertanto, al gestore dell'animale (utilizzatore o proprietario) che ha causato il danno fornire non solo la prova della propria assenza di colpa, ma anche quella che il danno è stato cagionato dal caso fortuito, poiché ciò che rileva è la semplice relazione esistente tra il gestore e l'animale e il nesso di causalità tra il comportamento di questo ed il danno. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione che aveva ritenuto il gestore responsabile del danno causato dal calcio improvviso di un cavallo sferrato mentre il gruppo di allievi, sotto la guida dell'istruttore, stava procedendo in fila indiana).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 5664 del 09/03/2010].

Ai sensi dell'art. 652 (nell'ambito del giudizio civile di danni) e dell'art. 654 (nell'ambito di altri giudizi civili) cod. proc. pen., il giudicato di assoluzione ha effetto preclusivo nel giudizio civile solo quando contenga un effettivo e specifico accertamento circa l'insussistenza o del fatto o della partecipazione dell'imputato e non anche quando l'assoluzione sia determinata dall'accertamento dell'insussistenza di sufficienti elementi di prova circa la commissione del fatto o l'attribuibilità di esso all'imputato e cioé quando l'assoluzione sia stata pronunziata a norma dell'art. 530, comma secondo cod. proc. pen.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 5676 del 09/03/2010].

Non ha diritto al risarcimento del danno dal Ministero dell’istruzione il docente qualora il provveditorato abbia annullato il provvedimento con il quale il Preside gli aveva illegittimamente revocato l’autorizzazione a svolgere la libera professione. Infatti l'imputazione della responsabilità alla Pubblica Amministrazione può discendere dalla adozione ed esecuzione di un atto illegittimo in violazione delle regole di imparzialità, correttezza e buona fede, ma non può avvenire sulla base del mero dato obiettivo della illegittimità dell'azione amministrativa in relazione alla normativa applicabile, ovvero sulla base della valutazione della colpa del funzionario agente riferita ai parametri della negligenza o dell'imperizia.
[Cass. Civile, Sez. Lavoro, n. 5561 del 08/03/2010].

Nel caso in cui intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse, è configurabile un danno biologico risarcibile, da liquidarsi in relazione alla menomazione della integrità psicofisica patita dal danneggiato per quel periodo di tempo, ed il diritto del danneggiato a conseguire il risarcimento del danno è trasmissibile agli eredi "iure hereditatis"; in questo caso, l'ammontare del danno non patrimoniale c.d. terminale può essere sì commisurato all'inabilità temporanea, ma il giudice di merito, ai fini della liquidazione, dovrà tenere conto, nell'adeguare l'ammontare del danno alle circostanze del caso concreto, del fatto che, se pure temporaneo, tale danno è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte. (Nella specie, la Corte di merito ha riconosciuto il risarcimento del danno biologico c.d. terminale "iure hereditatis", operando la liquidazione tenendo conto della concentrazione cronologica del danno terminale -tre giorni- e della circostanza per la quale l’intensità del danno detto è inversamente proporzionale alla sua durata).
[Merito Civile, Sez. Seconda, n. 236 del 08/03/2010].

In tema di esercizio del diritto di cronaca, il giornalista va esente da responsabilità non in virtú della mera verosimiglianza dei fatti narrati, ma in seguito all’avvenuta dimostrazione dell’avvenuta dimostrazione dell’involontarietà dell’errore, dell’avvenuto controllo, con ogni cura professionale, da rapportare alla gravità della notizia e all’urgenza di informare il pubblico, della fonte e della attendibilità di essa onde vincere dubbi ed incertezze in ordine alla verità dei fatti narrati.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 5081 del 03/03/2010].

Nel caso di danno cagionato dall'alunno a se stesso, la responsabilità dell'istituto scolastico e dell'insegnante non ha natura extracontrattuale, bensí contrattuale, atteso che - quanto all'istituto scolastico - l'accoglimento della domanda di iscrizione, con la conseguente ammissione dell'allievo alla scuola, determina l'instaurazione di un vincolo negoziale, dal quale sorge a carico dell'istituto l'obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l'incolumità dell'allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, anche al fine di evitare che l'allievo procuri danno a se stesso; e che - quanto al precettore dipendente dell'istituto scolastico - tra insegnante e allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico, nell'ambito del quale l'insegnante assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire ed educare, anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l'allievo si procuri da solo un danno alla persona. Ne deriva che, nelle controversie instaurate per il risarcimento del danno da autolesione nei confronti dell'istituto scolastico e dell'insegnante, è applicabile il regime probatorio desumibile dall'art. 1218 cod. civ., sicché, mentre l'attore deve provare che il danno si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, sull'altra parte incombe l'onere di dimostrare che l'evento dannoso è stato determinato da causa non imputabile né alla scuola né all'insegnante.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 5067 del 03/03/2010].

La domanda di risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza è ammissibile in grado d'appello solo se nel giudizio di primo grado sia stata proposta un'azione di danni e gli ulteriori danni richiesti in appello trovino la loro fonte nella stessa causa e siano della stessa natura di quelli già accertati in primo grado. La nuova pretesa, se priva di tali essenziali e restrittivi requisiti, implicando nuove indagini in ordine alle ragioni poste a base della domanda iniziale e ampliamento del relativo "petitum", costituisce inammissibile domanda nuova.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 5067 del 03/03/2010].

In tema di responsabilità degli insegnanti di scuole statali, l'art. 61, secondo comma, della legge 11 luglio 1980, n. 312 - nel prevedere la sostituzione dell'Amministrazione, salvo rivalsa nei casi di dolo o colpa grave, nelle responsabilità civili derivanti da azioni giudiziarie promosse da terzi - esclude in radice la possibilità che gli insegnanti statali siano direttamente convenuti da terzi nelle azioni di risarcimento danni da "culpa in vigilando", quale che sia il titolo - contrattuale o extracontrattuale - dell'azione. Ne deriva, pertanto, che l'insegnante è privo di legittimazione passiva non solo nel caso di azione per danni arrecati da un alunno ad altro alunno (nella quale sia invocata, nell'ambito di un'azione di responsabilità extracontrattuale, la presunzione di cui all'art. 2048, secondo comma, cod. civ.), ma anche nell'ipotesi di danni arrecati dall'allievo a se stesso (ipotesi da far valere secondo i principi della responsabilità contrattuale ex art. 1218 cod. civ.), fermo restando che in entrambi i casi, qualora l'Amministrazione sia condannata a risarcire il danno al terzo o all'alunno autodanneggiatosi, l'insegnante è successivamente obbligato in via di rivalsa soltanto ove sia dimostrata la sussistenza del dolo o della colpa grave, limite, quest'ultimo, operante verso l'Amministrazione ma non verso i terzi.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 5067 del 03/03/2010].

In tema di esercizio illegittimo della funzione pubblica, l'azione risarcitoria proposta successivamente all'entrata in vigore della legge 21 luglio 2000, n. 205 è devoluta alla giurisdizione del giudice amministrativo sia nel caso in cui venga avanzata congiuntamente a quella di annullamento del provvedimento, sia nel caso in cui venga proposta separatamente, senza che assuma alcun rilievo, in quest'ultima ipotesi, la circostanza che il giudizio amministrativo di annullamento si sia concluso in epoca anteriore alla predetta data. L'attribuzione al giudice amministrativo della tutela risarcitoria presuppone infatti che quella tutela sia esercitata con la medesima ampiezza, sia per equivalente sia in forma specifica, che davanti al giudice ordinario e, per altro verso, che spetta, in linea di principio, al titolare dell'interesse sostanziale leso, nel caso in cui alla tutela risarcitoria si aggiunga altra forma di tutela (ad es., quella demolitoria), scegliere a quale far ricorso al fine di ottenere ristoro al pregiudizio subito.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 5025 del 03/03/2010].

Nell'ipotesi in cui la parte convenuta in un giudizio di responsabilità civile chiami in causa un terzo in qualità di corresponsabile dell'evento dannoso, la domanda risarcitoria deve intendersi estesa al terzo anche in mancanza di un'espressa dichiarazione in tal senso dell'attore, in quanto la diversità e pluralità delle condotte produttive dell'evento dannoso non dà luogo a diverse obbligazioni risarcitorie, con la conseguenza che la chiamata in causa del terzo non determina il mutamento dell'oggetto della domanda ma evidenzia esclusivamente una pluralità di autonome responsabilità riconducibili allo stesso titolo risarcitorio.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 5057 del 03/03/2010].

Nell'ipotesi in cui, successivamente all'entrata in vigore del d. lgs. 30 dicembre 1992, n. 502 ma prima di quella della legge 23 dicembre 1994, n. 724, sia stata instaurata un'azione risarcitoria nei confronti di una AUSL, quale organo di rappresentanza della gestione stralcio della precedente USL, pur potendo apparire "prima facie" sussistente la legittimazione passiva della AUSL, a seguito dell'entrata in vigore dell'art. 6 della citata legge n. 724 del 1994 e dell'art. 2, comma quattordicesimo, della successiva legge n. 549 del 1995, non potendo piú gravare i debiti delle pregresse USL sulle neocostituite AUSL ed essendo state individuate nelle Regioni i soggetti giuridici obbligati ad assumere a proprio carico i debiti degli organismi soppressi, era a carico di queste ultime che sarebbe dovuto continuare il giudizio. Pertanto, in mancanza dell'estensione del contraddittorio nei confronti della Regione, quale ente effettivamente legittimato dal lato passivo, non avvenuta né in primo né in secondo grado, si impone, in sede di giudizio di cassazione, l'annullamento - anche d'ufficio - delle decisioni emesse ed il conseguente rinvio della causa al giudice di prime cure a norma dell'art. 383, ultimo comma, cod. proc. civ.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 5063 del 03/03/2010].

L'art. 96 cod. proc. civ., che disciplina tutti i casi di responsabilità risarcitoria per atti o comportamenti processuali, si pone in rapporto di specialità rispetto all'art. 2043 cod. civ., di modo che la responsabilità processuale aggravata, pur rientrando concettualmente nel genere della responsabilità per fatti illeciti, ricade interamente, in tutte le sue ipotesi, sotto la disciplina del citato art. 96, senza che sia configurabile un concorso, anche alternativo, tra i due tipi di responsabilità. (Nella specie, la S.C. ha escluso l'ammissibilità della domanda ex art. 96 cod. proc. civ., oltretutto nemmeno espressamente invocato, in una ipotesi di dedotta responsabilità extracontrattuale, senza, peraltro, che della responsabilità di cui al citato art. 96 sussistessero le condizioni, versandosi in una ipotesi in cui era stato eseguito un pignoramento fondato su assegno avverso il quale era stata proposta opposizione all'esecuzione).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 5069 del 03/03/2010].

La postdatazione dell'assegno non comporta la nullità del titolo, ma solo del relativo patto per contrarietà a norme imperative, poste a tutela della buona fede e della regolare circolazione dei titoli di credito, consentendo al creditore di esigere immediatamente il pagamento, anche se l'assegno non può, tuttavia, valere come titolo esecutivo, dovendosi considerare con bollo irregolare, senza che abbia, a tal fine, rilievo la successiva eventuale regolarizzazione fiscale.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 5069 del 03/03/2010].

Al lavoratore che non abbia tempestivamente impugnato il licenziamento è precluso l'accertamento giudiziale dell'illegittimità del recesso e, conseguentemente, la tutela risarcitoria in base alle leggi speciali, né il giudice può conoscere dell'illegittimità del licenziamento per ricollegare al recesso illegittimo le conseguenze risarcitorie di diritto comune, in quanto l'ordinamento prevede, per la risoluzione del rapporto di lavoro, una disciplina speciale, con un termine breve di decadenza (sessanta giorni) all'evidente fine di dare certezza ai rapporti giuridici.
[Cass. Civile, Sez. Lavoro, n. 5107 del 03/03/2010].

La sentenza penale di condanna passata in giudicato, la quale fa stato, ai sensi dell'art. 651 cod. proc. pen., in ordine all'accertamento del fatto, alla sua rilevanza penale ed alla sua commissione, può non essere sufficiente ai fini del riconoscimento dell'esistenza del diritto al risarcimento del danno quando il fatto, avente rilevanza penale, non si configuri come "reato di danno"; al contrario, nel caso in cui il giudicato penale di condanna riguardi un reato appartenente a tale categoria (nella specie una truffa a danno di un ente regionale), l'esistenza del danno è implicita e, conseguentemente, non può formare oggetto di ulteriore accertamento, negativo o positivo, in sede civile, se non con riferimento al soggetto od ai soggetti che lo abbiano subito o alla misura di esso.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 4549 del 25/02/2010].

La giurisdizione contabile sui fatti commessi da amministratori e dipendenti pubblici anteriormente alla legge 14 gennaio 1994, n. 20, come autenticamente interpretata dall'art. 3 del d.l. 23 ottobre 1996, n. 543 (conv., con mod., nella legge 20 dicembre 1996, n. 639) sussiste solo se sia configurabile una loro responsabilità patrimoniale amministrativa di natura contrattuale, basata sull'esistenza di un rapporto di servizio tra l'autore del danno e l'ente danneggiato e sui doveri ad esso inerenti, ricadendo invece nella giurisdizione ordinaria la responsabilità extracontrattuale verso enti terzi. (In applicazione del principio, la S.C. ha affermato la giurisdizione ordinaria quanto al danno subito da una Regione a causa della dedotta indebita erogazione di un contributo, previsto in favore della zootecnia, versato ad un imprenditore agricolo che rivestiva anche la carica di sindaco di un Comune della Regione medesima).
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 4549 del 25/02/2010].

Ai fini dell'accoglimento della domanda di risarcimento del danno per la lesione dell'interesse pretensivo al conseguimento di un'autorizzazione amministrativa, deve valutarsi - mediante un giudizio prognostico - la fondatezza o meno dell'istanza della parte sulla base della normativa applicabile, cosí da riconoscere il risarcimento solo se la richiesta di autorizzazione, secondo un criterio di normalità, che dà fondamento ad un oggettivo affidamento, sarebbe stata accolta; conseguentemente, la responsabilità della P.A. non può derivare automaticamente dall'annullamento dell'atto di diniego da parte del giudice amministrativo, dovendo invece essere accertata la colpa dell'Amministrazione come apparato, la quale sussiste quando l'atto assunto come lesivo viola le regole di imparzialità, correttezza e buona amministrazione, che il giudice ordinario valuta come limiti esterni alla discrezionalità. (Nella specie, relativa al diniego di autorizzazione alla installazione di un cartellone pubblicitario, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, che aveva negato il risarcimento anche in considerazione di un parere negativo della Soprintendenza e della circostanza che il contratto per lo sfruttamento pubblicitario del cartellone, della cui mancata esecuzione la società richiedeva il ristoro, era stato stipulato nonostante la conoscenza del predetto parere, e prevedeva la risoluzione "ipso iure", per l'ipotesi di diniego dell'autorizzazione).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 4326 del 23/02/2010].

Il principio secondo cui, nel caso di sentenza di estinzione del reato per amnistia, il giudice civile, adito per il risarcimento del danno, conserva la piena facoltà di ricostruire il fatto e di accertare, ai fini dell'art. 2059 cod. civ., se in esso ricorrano gli elementi costitutivi del reato, incontra un limite quando nel giudizio penale sia stato necessario un accertamento di merito per l'applicazione della amnistia, come nell'ipotesi in cui l'amnistia è la conseguenza dell'esclusione di circostanze aggravanti o del giudizio di comparazione tra circostanze aggravanti e attenuanti. (Nella specie la S.C. ha, comunque, riconosciuto che il giudice di merito civile aveva esaminato e ritenuto provato il fatto illecito).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 3903 del 18/02/2010].

Qualora la liquidazione del danno da fatto illecito extracontrattuale sia effettuata con riferimento ai valori monetari esistenti alla data della liquidazione, non occorre tener conto della svalutazione verificatasi a partire dal giorno dell'insorgere del danno, essendo dovuto al danneggiato soltanto il risarcimento del mancato guadagno (o lucro cessante) provocato dal ritardo nella liquidazione. Tale risarcimento può avvenire attraverso la liquidazione di interessi ad un tasso stabilito dal giudice del merito valutando tutte le circostanze del caso, ma gli interessi non possono essere calcolati dalla data dell'illecito sulla somma rivalutata, perché la somma dovuta - il cui mancato godimento va risarcito - va aumentata gradualmente nell'intervallo di tempo occorso tra la data del sinistro e quella della liquidazione. Inoltre, sull'importo liquidato all'attualità della data della pronuncia possono essere riconosciuti gli interessi compensativi, da calcolarsi nella misura degli interessi al tasso legale sulla minor somma che ne avrebbe costituito l'equivalente monetario alla data di insorgenza del credito (coincidente con quella dell'evento dannoso), ovvero mediante l'attribuzione di interessi sulla somma liquidata all'attualità ma ad un tasso inferiore a quello legale medio nel periodo di tempo da considerare, ovvero attraverso il riconoscimento degli interessi legali sulla somma attribuita, ma a decorrere da una data intermedia, ossia computando gli interessi sull'importo progressivamente rivalutato anno per anno dalla data dell'illecito.
[Cass. Civile, Sez. Seconda, n. 3931 del 18/02/2010].

Rientrano nella competenza dei tribunali regionali delle acque pubbliche, in base alla lett. E dell'art. 140 del T.U. n. 1775 del 1933, interpretato in correlazione con la lett. D dello stesso articolo, le controversie aventi ad oggetto questioni di danni la cui causa sia individuata nel difetto di manutenzione di un'opera idraulica (Nella specie il Tribunale regionale delle Acque pubbliche istituito presso la Corte di Appello di Firenze ha accertato la responsabilità dell’Agenzia Interregionale per il fiume Po, per essere state operate scelte tecniche e valutazioni discrezionali errate, come la mancata progettazione e attuazione di opere idrauliche che avrebbero potuto evitare l'esondazione ed i danni provocati dal fiume Po).
[Merito Civile, Sez. Prima, n. 0 del 18/02/2010].

Laddove intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse, è configurabile un danno biologico risarcibile, da liquidarsi in relazione alla menomazione della integrità psicofisica patita dal danneggiato per quel periodo di tempo, ed il diritto del danneggiato a conseguire il risarcimento del danno è trasmissibile agli eredi "iure hereditatis"; in tal caso, l'ammontare del danno biologico terminale deve essere commisurato soltanto all'inabilità temporanea, pur potendo il giudice di merito, ai fini della liquidazione, tenere conto, nell'adeguare l'ammontare del danno alle circostanze del caso concreto, del fatto che, se pure temporaneo, tale danno è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte.
[Merito Civile, Sez. Seconda, n. 0 del 17/02/2010].

Ai fini della liquidazione, in favore dei familiari superstiti, del danno morale conseguente alla morte di un congiunto, non possono essere assunti come parametri di valutazione quelli previsti dall'art. 1 della legge 21 dicembre 1999, n. 497, dettato a proposito dell'incidente della funivia del Cermis in data 3 febbraio 1998; prescindendo, infatti, dal rilievo che si tratta di indennizzi speciali, attribuiti dallo Stato a causa della particolarità dell'illecito, il tetto di 3,8 miliardi di lire ivi previsto non esprime il risarcimento del solo danno morale, bensí il limite massimo di risarcimento di tutti i danni subiti dall'intero nucleo familiare di ogni singola vittima.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 3581 del 16/02/2010].

Ai fini della liquidazione, in favore dei familiari superstiti, del danno morale conseguente alla morte di un figlio, il giudice di merito legittimamente può prendere in considerazione, in vista di una valutazione equitativa "personalizzata", la composizione della famiglia nella sua globalità; per cui - pur dando per pacifico che il valore della vita non è mai compensabile con una somma di denaro - non è illogico affermare che la perdita di un congiunto è meglio tollerata nell'ambito di una famiglia numerosa di quanto non avvenga ove il defunto fosse l'unico familiare o parente esistente.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 3581 del 16/02/2010].

Quando l'attività lecita della P.A., incentrata nella localizzazione dell'opera pubblica e nella predisposizione del relativo progetto comporti per il privato un pregiudizio indennizzabile ai sensi dell'art. 46 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, la responsabilità risarcitoria è esclusivamente propria della stessa P.A. e non può, in alcun modo, coinvolgere il concessionario dell'opera pubblica, cui non siano addebitabili, sul piano soggettivo, dolo o colpa nell'esecuzione dei lavori, quando egli sia mero esecutore materiale dell'opera voluta e progettata dalla P.A.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 3585 del 16/02/2010].

Ai fini della dimostrazione della sussistenza della colpa della Pubblica Amministrazione, non è richiesto al privato danneggiato dal provvedimento amministrativo illegittimo un particolare sforzo probatorio, potendo il medesimo invocare l’illegittimità del provvedimento stesso quale indice presuntivo della colpa. Spetterà a quel punto all’Amministrazione dimostrare che si è trattato di un errore scusabile, configurabile in caso di contrasti giurisprudenziali sull’interpretazione di una norma, di formulazione incerta di norme da poco entrate in vigore, di rilevante complessità del fatto, di influenza determinante di comportamenti di altri soggetti, di illegittimità derivante da una successiva dichiarazione di incostituzionalità della norma applicata. La responsabilità per lesione dell’interesse legittimo è ascritta, nell’ambito della responsabilità da fatto illecito extracontrattuale, disciplinata dagli artt. 2043 e seguenti del codice civile. Presupposti per l’integrazione di tale condotta sono necessariamente : una condotta imputabile ad un soggetto a titolo di dolo o colpa; un evento dannoso (danno evento) connotato da ingiustizia, quest’ultima dovuta alla lesione ingiustificata di un interesse di un altro soggetto meritevole di tutela secondo l’ordinamento giuridico; un nesso di causalità fra condotta ed evento dannoso; la sussistenza di una conseguenza dell’evento pregiudizievole per la sfera patrimoniale o extrapatrimoniale del danneggiato (danno conseguenza). Pur non essendo configurabile nell’ambito della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c. c. , una generalizzata presunzione (relativa) di colpa (a differenza di ciò che avviene invece per la responsabilità contrattuale di cui all’art. 1218 c. c. ), per i danni conseguenti ad un atto illegittimo possono operare le regole di comune esperienza e la presunzione semplice, di cui all'art. 2727 c. c. , desunta dalla singola fattispecie.
[Tar, Sez. Terza, n. 368 del 11/02/2010].

La sosta di un veicolo a motore su un'area pubblica o ad essa equiparata integra, ai sensi e per gli effetti dell'art. 2054 cod. civ. e dell'art. 1 della legge n. 990 del 1969 (ed ora dell'art. 122 del d.lgs. n. 209 del 2005), anch'essa gli estremi della fattispecie "circolazione", con la conseguenza che dei danni derivati a terzi dall'incendio del veicolo in sosta sulle pubbliche vie o sulle aree equiparate risponde anche l'assicuratore, salvo che sia intervenuta una causa autonoma, ivi compreso il caso fortuito, che abbia determinato l'evento dannoso. (Nella specie la S.C. ha ritenuto risarcibili da parte dell'assicuratore i danni cagionati da un incendio propagatosi da un autocarro parcheggiato in sosta immediatamente dopo il manifestarsi di alcune avarie al motore).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 3108 del 11/02/2010].

Nel caso in cui il medico ometta di informare il paziente sui rischi e le caratteristiche dell'intervento, e questo non riesca per circostanze non dipendenti da colpa del medico, quest'ultimo potrà essere condannato a risarcire il danno patito dal paziente, consistito nel peggioramento delle sue condizioni di salute, soltanto ove il paziente stesso alleghi e dimostri che, se fosse stato informato circa i rischi dell'intervento, avrebbe verosimilmente rifiutato di sottoporvisi, residuando, altrimenti, la risarcibilità del danno conseguenza, ricollegabile alla sola lesione del diritto all’autodeterminazione.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 2847 del 09/02/2010].

Gli esborsi a titolo di retribuzione, effettuati dal datore di lavoro, in adempimento di un dovere fissato dalla legge o dal contratto, in favore del dipendente per il periodo di inabilità temporanea conseguente ad infortunio, e, quindi, senza ricevere il corrispettivo costituito dalle prestazioni lavorative, unitamente ai correlati contributi dovuti dallo stesso datore agli enti di assicurazione sociale, integrano un danno che si ricollega con nesso di causalità a detto infortunio, e, come tale, deve essere risarcito dal terzo responsabile del fatto medesimo. Ne consegue che, ove l'anzidetto danno, direttamente subito dal datore per il fatto illecito del terzo, sia stato cagionato a seguito di sinistro stradale, il diritto al relativo risarcimento si prescrive in due anni, ai sensi dell'art. 2947, comma secondo, cod. civ.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 2844 del 09/02/2010].

In tema di responsabilità professionale, laddove venga avanzata domanda di risarcimento del danno nei confronti di due professionisti contitolari di uno studio professionale ed uno soltanto di essi sia coperto da assicurazione nel periodo di cui al lamentato danno, la copertura assicurativa non può ritenersi limitata alla sua quota di responsabilità, pari al 50 % del danno di cui trattasi, in quanto, laddove sia incontestato che ciascuno dei titolari dello studio abbia contribuito a cagionare l’intero danno, ciascuno di essi deve rispondere, a titolo personale, e non di semplice solidarietà sussidiaria, dell’intero danno in questione (salvo l’eventuale regresso ex artt. 1299 e 1916 cc).
[Merito Civile, Sez. Prima Civile, n. 161 del 08/02/2010].

Ai fini del risarcimento del danno per l'irreversibile destinazione del fondo, illegittimamente occupato, alla realizzazione dell'opera pubblica, con conseguente estinzione del diritto di proprietà del privato e l'acquisizione del bene a titolo originario in capo all'ente costruttore, occorre far riferimento al valore dell'immobile al momento in cui il fatto illecito si è consumato -ossia a quello della radicale trasformazione del fondo, se è intervenuta durante l'occupazione illegittima, ovvero, se essa si è verificata durante l'occupazione legittima, a quello della scadenza di quest'ultima- esprimendo poi il valore stesso in termini monetari che tengano conto del fenomeno inflattivo fino alla data della decisione. Non può, invece, farsi riferimento al valore all'epoca della decisione per poi procedere alla devalutazione fino al momento dell'illecito, atteso che, vertendosi in tema di illecito istantaneo, il risarcimento deve tradursi nel ripristino della perdita patrimoniale prodottasi alla data del suo verificarsi, senza che possano andare a vantaggio o a nocumento del danneggiato le vicende del mercato immobiliare nel periodo successivo al giorno in cui egli ha perso il diritto di proprietà.
[Merito Civile, Sez. Prima, n. 0 del 04/02/2010].

In una fattispecie di rapporto gerarchico professionale, quale quello che ricorre tra il primario di un reparto ospedaliero di chirurgia pediatrica e l’aiuto anziano già operante nel reparto, rapporto che integra un contatto sociale dove la posizione del professionista dequalificato è presidiata da precetti costituzionali, costituisce fatto colposo che configura illecito civile continuato ed aggravato dal persistere della volontà punitiva e di atti diretti all’emarginazione del professionista, la condotta del primario che, nell’esercizio nell'esercizio formale dei poteri di controllo e di vigilanza del reparto, estrometta di fatto l'aiuto anziano da ogni attività proficua di collaborazione, impedendogli l'esercizio delle mansioni cui era addetto. Tale condotta altamente lesiva è soggettivamente imputabile al primario, come soggetto agente, ed esprime l’elemento soggettivo della colpa in senso lato, essendo intenzionalmente preordinata alla distruzione della dignità personale e dell’immagine professionale e delle stesse possibilità di lavoro in ambito professionale, con lesione immediata e diretta dei diritti inviolabili del lavoratore professionista.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 2352 del 02/02/2010].

In materia di responsabilità del medico per inadempimento del dovere di informare la gestante circa lo stato di salute del feto, in considerazione dell'insieme dei doveri che la legge pone in capo al padre nei confronti del figlio, va riconosciuto anche in suo favore - benché egli assuma, nel contratto tra la donna ed il professionista, la posizione di terzo - il diritto al risarcimento del danno conseguente alla mancata possibilità di esercizio, da parte della donna, della facoltà di interruzione anticipata della gravidanza.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 2354 del 02/02/2010].

Il sanitario curante che accerti l'esistenza, a carico della gestante, di una patologia tale da poter determinare l'insorgenza di gravi malformazioni a carico del nascituro, è tenuto ad informare la donna di tale situazione e della possibilità di svolgere indagini prenatali, benché rischiose per la sopravvivenza del feto, onde consentire l'esercizio della facoltà di procedere all'interruzione della gravidanza; ove, peraltro, siano decorsi piú di novanta giorni dall'inizio della gravidanza, per ottenere il risarcimento del danno conseguente alla violazione di tale diritto, la donna è tenuta a dimostrare - con riguardo alla sua concreta situazione e secondo la regola causale del "piú probabile che non" - che l'accertamento dell'esistenza di rilevanti anomalie o malformazioni del feto avrebbe generato uno stato patologico tale da mettere in pericolo la sua salute fisica o psichica.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 2354 del 02/02/2010].

In tema di responsabilità civile, qualora l'evento dannoso si ricolleghi a piú azioni o omissioni, il problema del concorso delle cause trova soluzione nell'art. 41, cod. pen. - norma di carattere generale, applicabile nei giudizi civili di responsabilità - in virtú del quale il concorso di cause preesistenti, simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall'omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra dette cause e l'evento, essendo quest'ultimo riconducibile a tutte, tranne che si accerti l'esclusiva efficienza causale di una di esse. In particolare, in riferimento al caso in cui una delle cause consista in una omissione, la positiva valutazione sull'esistenza del nesso causale tra omissione ed evento presuppone che si accerti che l'azione omessa, se fosse stata compiuta, sarebbe stata idonea ad impedire l'evento dannoso ovvero a ridurne le conseguenze, non potendo esserne esclusa l'efficienza soltanto perché sia incerto il suo grado di incidenza causale. (Nella specie, concernente un decesso derivato da incidente stradale occorso su un'autostrada e concretizzatosi nell'uscita di un autoveicolo da carreggiata priva di guard-rail e nel successivo ribaltamento del veicolo medesimo con arresto della sua corsa in un raccoglitore di acqua piovana posto a soli otto metri dalla carreggiata stessa e privo di protezione, la S.C. ha cassato la sentenza di merito - che aveva escluso la responsabilità della società concessionaria dell'autostrada, sul presupposto che il conducente avesse comunque mancato di tenere una velocità adeguata - affermando che la marcia in autostrada giustifica una velocità necessariamente sostenuta e che il raccoglitore dell'acqua piovana, soprattutto se posto vicino alla carreggiata, deve essere munito di idonea protezione).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 2360 del 02/02/2010].

Il danno derivante dalla violazione delle norme sulle distanze nelle costruzioni è in "re ipsa", sicché, una volta dimostrato il fatto obiettivo della violazione, non occorre un'autonoma e specifica prova del pregiudizio sofferto, che può essere determinato dal giudice equitativamente, a norma dell'art. 1226 cod. civ., qualora i parametri di riferimento siano connotati da un margine di aleatorietà che, in relazione alla peculiarità del fatto dannoso, rendano dispendiosa e difficoltosa la precisa determinazione dell’ammontare del pregiudizio.
[Merito Civile, Sez. Prima Civile, n. 124 del 01/02/2010].

Il figlio della vittima, deceduta a seguito di un fatto illecito altrui, maggiorenne ed economicamente indipendente non esclude la configurabilità (e la conseguente risarcibilità) del danno patrimoniale da lui subito per effetto del venir meno delle provvidenze aggiuntive che il genitore gli destinava, posto che la sufficienza dei redditi del figlio esclude l'obbligo giuridico del genitore di incrementarli, ma non il beneficio di un sostegno durevole, prolungato e spontaneo, sicché la perdita conseguente si risolve in un danno patrimoniale, corrispondente al minor reddito per chi ne sia stato beneficato.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 1524 del 27/01/2010].

In tema di locazione, l'art. 1585, secondo comma, cod. civ. esclude che il locatore sia tenuto a garantire il conduttore dalle molestie di fatto di terzi, facendo salva la facoltà del conduttore di agire contro i terzi in nome proprio, senza impedire, tuttavia, al proprietario locatore di agire in proprio per ottenere il risarcimento dei danni eventualmente subiti; ne discende che, qualora a carico dell'appartamento locato si verifichi un'infiltrazione d'acqua da un appartamento sovrastante, il locatore gode di un'autonoma legittimazione per proporre l'azione di responsabilità nei confronti dell'autore del danno.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 1693 del 27/01/2010].

In tema di risarcimento dei danni da diffamazione a mezzo della stampa, qualora la divulgazione della notizia lesiva della altrui reputazione sia avvenuta su quotidiani a diffusione solamente locale (e, a maggior ragione, tramite la diffusione, come nella specie, di volantini), l'elemento della comunicazione a piú persone della notizia diffamatoria relativa ad un soggetto che vive e lavora nel luogo medesimo deve considerarsi "in re ipsa", poiché la notizia, in un ambito territoriale piú ristretto, si propaga con maggiore facilità e si rivolge specificamente alla sfera dei consociati tra i quali è destinata a creare il discredito sociale.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 1537 del 26/01/2010].

La denuncia di un reato perseguibile d'ufficio non è fonte di responsabilità per danni a carico del denunciante, ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., anche in caso di proscioglimento o di assoluzione, se non quando essa possa considerarsi calunniosa, poiché, al di fuori di tale ipotesi, l'attività pubblicistica dell'organo titolare dell'azione penale si sovrappone all'iniziativa del denunciante, interrompendo cosí ogni nesso causale tra tale iniziativa ed il danno eventualmente subito dal denunciato.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 1542 del 26/01/2010].

La valutazione equitativa del danno, in quanto inevitabilmente caratterizzata da un certo grado di approssimatività, è suscettibile di rilievi in sede di legittimità, sotto il profilo del vizio della motivazione, solo se difetti totalmente la giustificazione che quella statuizione sorregge, o macroscopicamente si discosti dai dati di comune esperienza, o sia radicalmente contraddittoria. (Nella specie, la sentenza impugnata, ai fini della liquidazione del danno patrimoniale patito dai genitori di un lavoratore deceduto a seguito di un infortunio sul lavoro, aveva determinato il contributo di quest'ultimo ai bisogni della famiglia in base alle buste paga del mese precedente al decesso, senza detrarre gli emolumenti percepiti per lavoro festivo ed arretrati: in applicazione dell'anzidetto principio, la S.C. ha rigettato il ricorso per cassazione, affermando che il metodo equitativo utilizzato per la liquidazione giustificava l'eventuale eccesso del "quantum" rispetto al risultato cui si sarebbe pervenuti in base a criteri di calcolo meramente matematici).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 1529 del 26/01/2010].

Ai fini della determinazione della riduzione del risarcimento del danno in caso di accertato concorso colposo tra danneggiante e danneggiato in materia di responsabilità extracontrattuale, occorre - ai sensi dell'art. 1227, comma primo, cod. civ. - porre riferimento sia alla gravità della colpa e che all'entità delle conseguenze che ne sono derivate. In particolare, la valutazione dell'elemento della gravità della colpa deve essere rapportata alla misura della diligenza violata e, solo se non sia possibile provare le diverse entità degli apporti causali tra danneggiante e danneggiato nella realizzazione dell'evento dannoso, il giudice può avvalersi del principio generale di cui all'art. 2055, ultimo comma, cod. civ., ossia della presunzione di pari concorso di colpa, rimanendo esclusa la possibilità di far ricorso al criterio equitativo (previsto dall'art. 1226 cod. civ. e richiamato dall'art. 2056 cod. civ.), il quale può essere adottato solo in sede di liquidazione del danno ma non per la determinazione delle singole colpe.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 1002 del 21/01/2010].

In tema di tutela della libertà di concorrenza ai sensi della legge n. 287 del 1990, siccome la violazione di interessi riconosciuti rilevanti dall'ordinamento giuridico integra, almeno potenzialmente, il danno ingiusto ex art. 2043 cod. civ., il consumatore finale, che subisce danno da una contrattazione che non ammette alternative per l'effetto di una collusione "a monte", ha a propria disposizione, ancorché non sia partecipe di un rapporto di concorrenza con gli imprenditori autori della collusione, sia l'azione di accertamento della nullità dell'intesa e di risarcimento del danno di cui all'art. 33 della legge citata, sia l'azione restitutoria ex art. 2033 cod. civ., la cognizione delle quali è rimessa alla competenza esclusiva, in unico grado di merito, della corte d'appello.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 993 del 21/01/2010].

La discrezionalità, e la conseguente insindacabilità da parte del giudice ordinario, dei criteri e dei mezzi con cui la P.A. realizzi e mantenga un'opera pubblica trova un sicuro limite nell'obbligo di osservare, a tutela della incolumità dei cittadini e dell'integrità del loro patrimonio, le specifiche disposizioni di legge e regolamenti disciplinanti detta attività, nonché le comuni norme di diligenza e prudenza, con la conseguenza che dall'inosservanza di queste disposizioni e di dette norme deriva la configurabilità della responsabilità della stessa P.A. per i danni arrecati a terzi. Peraltro, ai sensi dell'art. 4 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. E, il giudice ordinario - quando verifichi la lesione di un diritto soggettivo per effetto di un atto amministrativo - deve limitarsi a conoscere degli effetti dell'atto in relazione all'oggetto dedotto in giudizio, senza indicare le concrete modalità del "facere" cui la P.A. debba attenersi, appartenendo queste alla libertà del processo decisionale dell'autorità amministrativa.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 907 del 20/01/2010].

Può essere riconosciuto il risarcimento del danno subito dal contribuente per ottenere l'annullamento di un provvedimento amministrativo in sede di autotutela (danno consistente nelle spese legali sostenute per proporre ricorso contro l'atto illegittimo), non essendo esclusa la qualificazione di tali spese come danno risarcibile, per il solo fatto che esse si riferiscono ad un procedimento amministrativo. Inoltre il contribuente può fare causa, per ottenere il risarcimento del danno, direttamente all’ufficio periferico delle imposte che ha ignorato la sua richiesta di annullamento dell’atto impositivo in via di autotutela.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 698 del 19/01/2010].

Poiché, secondo i principi generali, la colpa non può essere presunta se non nei casi tassativamente previsti dalla legge ed in ogni caso deve essere provata dalla parte che la invoca, nell'ipotesi in cui sia stata esercitata un'azione di risarcimento, da parte del titolare di una carta di credito smarrita, nei confronti di un terzo per aver illegittimamente accettato il pagamento di un'operazione commerciale mediante l'illecita utilizzazione di detta carta da parte di estraneo con relativa falsificazione della firma del suddetto titolare, è a carico di colui che ha accettato il pagamento, vertendosi in tema di responsabilità extracontrattuale, che ricade l'onere di provare l'eventuale comportamento colposo del titolare nella custodia della carta medesima. (Nella specie, l'azione risarcitoria era stata esperita nei riguardi di una società che aveva accettato l'illecito pagamento attraverso l'uso indebito di una carta di credito sottratta; la S.C. ha ritenuto corretta la sentenza di merito, nella parte in cui aveva addossato alla suddetta società l'onere di provare la colpa del legittimo titolare della carta nella custodia di essa).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 694 del 19/01/2010].

In tema di contratto di viaggio turistico, l'intermediario assume nei confronti del viaggiatore sia la responsabilità tipica del mandatario che quella di cui alla Convenzione di Bruxelles del 23 aprile 1970, resa esecutiva in Italia dalla legge 27 dicembre 1977 n. 1084 (applicabile nella specie "ratione temporis"). In forza del primo tipo di responsabilità, l'intermediario é tenuto ad eseguire le operazioni richieste dal viaggiatore con la diligenza di cui all'art. 1710 cod. civ. e ha doveri di attenzione e oculatezza anche nella scelta dell'organizzatore del viaggio e dei prestatori dei servizi turistici ma non è responsabile degli inadempimenti dell'organizzatore o della non rispondenza dei servizi effettivamente offerti a quelli promessi e pubblicizzati, a meno che il viaggiatore o il turista non dimostri che l'intermediario, tenuto conto della natura degli inadempimenti lamentati, conosceva o avrebbe dovuto conoscere, facendo uso della diligenza tipica dell'attività esercitata, l'inaffidabilità dei soggetti cui si sia rivolto o la non rispondenza alla realtà delle prestazioni promesse e pubblicizzate.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 694 del 19/01/2010].

In tema di risarcimento del danno, il giudice, dinanzi a lesioni personali di devastante entità, che abbiano costretto il leso ed i suoi familiari a numerosi e ripetuti ricoveri, purché questi ultimi siano documentati, può liquidare il pregiudizio consistito nelle erogazioni per viaggi di cura e spese mediche anche in assenza della prova dei relativi esborsi, ai sensi dell'art. 1226 cod. civ.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 712 del 19/01/2010].

La domanda di risarcimento dei danni conseguenti alla indisponibilità di un immobile adibito a deposito di beni oggetto di sequestro ed esecuzione mobiliare avanzata nei confronti del Ministero della Giustizia, sul presupposto della reiterara presenza dei beni all’interno del capannone, anche successivamente alla loro liberazione dal vincolo imposto, deve essere supportata da elementi che siano idonei a dimostrare l’esistenza in concreto di una colpa riferibile al Ministero, la quale non può ritenersi ravvisabile, laddove siano stati tempestivamente adottati provvedimenti giurisdizionali di liberazione dell’immobile, dovendosi comunque evidenziare che la condotta di organi estrinsecatasi nell’adozione di provvedimenti giurisdizionali sarebbe idonea a porsi come fonte di responsabilità dello Stato solamente in ipotesi di dolo o colpa grave ai sensi della L. 13 aprile 1988, n. 117, da far valere solo con le modalità previste nella normativa medesima nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, con conseguente carenza di legitimatio ad causam dal lato passivo del Ministero della Giustizia.
[Merito Civile, Sez. Unica, n. 0 del 15/01/2010].

In tema di responsabilità civile, l'appaltatore (o subappaltatore) è, di regola, l'unico responsabile dei danni derivanti a terzi dall'esecuzione dell'opera, salva la corresponsabilità del committente in presenza di specifiche violazioni di regole di cautela ex art. 2043 cod. civ., ovvero se l'evento è riferibile allo stesso committente (per essere stata l'opera affidata a chi palesemente difettava delle necessarie capacità e dei mezzi tecnici indispensabili per eseguire la prestazione senza arrecare danno a terzi), od infine in caso di sue ingerenze nell'attività dell'appaltatore.
[Cass. Penale, Sez. Quarta, n. 1479 del 14/01/2010].

In tema di responsabilità della P.A. per occupazione illegittima di un fondo, l'appartenenza di esso a piú comproprietari non implica solidarietà attiva in un unico credito risarcitorio, ma l'insorgenza di un autonomo diritto di ciascuno dei comproprietari al ristoro del pregiudizio causato al proprio patrimonio; né tale principio subisce alcuna deroga quando gli attori abbiano inizialmente richiesto, in via principale, la restituzione del bene e solo in via subordinata il risarcimento del danno per equivalente pecuniario: la domanda di restituzione deve essere infatti qualificata, ai sensi dell'art. 2058 cod. civ., come una domanda di reintegrazione in forma specifica, azionabile da ciascun danneggiato qualora sia in tutto o in parte possibile, con la conseguenza che ciascun danneggiato può agire a tutela del proprio diritto individuale nei limiti della propria quota, senza che si determini una situazione di litisconsorzio necessario tra tutti.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 254 del 12/01/2010].

In caso di annullamento dell’aggiudicazione di un pubblico appalto, ciò che viene in rilievo non è la violazione delle regole di correttezza o di condotta poste a tutela della libertà contrattuale, che dà luogo a responsabilità precontrattuale, ma la violazione di norme imperative o di principi generali, che pongono “regole di validità” a tutela di interessi pubblici e tale violazione può dare luogo alla illegittimità degli atti o dei provvedimenti relativi al procedimento amministrativo di scelta del contraente, con possibile responsabilità extracontrattuale per lesione di posizioni di interesse legittimo. In caso l’errore commesso dall’amministrazione sia consistito nell’introduzione di una (illegittima) clausola del bando, in base alla quale entrambe le concorrenti dovevano essere escluse, l’effetto conformativo del giudicato di annullamento dovrebbe essere la ripetizione della gara. In caso ciò non sia più possibile essendo già stati eseguiti i lavori la lesione subita non può che essere limitata alla perdita della chance di aggiudicarsi la gara, in ipotesi di ripetizione.
[Cons. di Stato, Sez. Sesta, n. 14 del 11/01/2010].

La perdita della chance di partecipare alla gara costituisce un danno che si pone in rapporto di diretta consequenzialità con l’illegittimità accertata, non assumendo rilievo la presunta anomalia dell’offerta, peraltro solo ipotizzata dalla stazione appaltante, dovendo comunque la gara essere ripetuta. Per quanto concerne, l’elemento soggettivo, sulla base dei richiamati precedenti giurisprudenziali, va ribadito che non è comunque richiesto al privato danneggiato da un provvedimento amministrativo illegittimo un particolare sforzo probatorio per dimostrare la colpa della p. a. . . Infatti, pur non essendo configurabile, in mancanza di una espressa previsione normativa, una generalizzata presunzione (relativa) di colpa dell'amministrazione per i danni conseguenti ad un atto illegittimo o comunque ad una violazione delle regole, possono invece operare regole di comune esperienza e la presunzione semplice, di cui all'art. 2727 c. c. , desunta dalla singola fattispecie. Il privato danneggiato può, quindi, invocare l’illegittimità del provvedimento quale indice presuntivo della colpa o anche allegare circostanze ulteriori, idonee a dimostrare che si è trattato di un errore non scusabile. Sotto il profilo della quantificazione del danno, la perdita di chance va rapportata in termini percentuali all’utile in astratto conseguibile in ipotesi di aggiudicazione della gara rinnovata. L’utile economico che sarebbe derivato all’impresa dall’esecuzione dell’appalto viene presuntivamente quantificato nel 10% dell’importo a base d’asta, come ribassato dall’offerta presentata, ma tale percentuale viene spesso ridotta al 5 % nel caso in cui l’impresa non dimostra di non aver potuto utilizzare mezzi e maestranze per l’espletamento di altri servizi. Tuttavia, l’utilizzo di tali presunzioni non esonera le parti dal dedurre specifici elementi, in base a cui quantificare il danno e, nel caso in esame, nelle giustificazioni dell’offerta presentata dall’appellante è stato indicato proprio l’utile del 5 %, come dedotto da AdF e non contestato. Qualora il ricorrente allega solo la perdita di una chance a sostegno della pretesa risarcitoria, la somma commisurata all’utile d’impresa deve essere proporzionalmente ridotta in ragione delle concrete possibilità di vittoria.
[Cons. di Stato, Sez. Sesta, n. 14 del 11/01/2010].

La responsabilità extracontrattuale per i danni provocati da animali selvatici alla circolazione dei veicoli deve essere imputata all'ente, sia esso Regione, Provincia, Ente Parco, Federazione o Associazione, ecc., a cui siano stati concretamente affidati, nel singolo caso, anche in attuazione della legge n. 157 del 1992, i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata, sia che i poteri di gestione derivino dalla legge, sia che trovino la fonte in una delega o concessione di altro ente (come, nel caso esaminato, da parte della Regione Marche, in virtú della legge reg. n. 7 del 1995, in favore delle Province). In quest'ultimo caso, l'ente delegato o concessionario potrà considerarsi responsabile, ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., per i suddetti danni a condizione che gli sia stata conferita, in quanto gestore, autonomia decisionale e operativa sufficiente a consentirgli di svolgere l'attività in modo da poter efficientemente amministrare i rischi di danni a terzi, inerenti all'esercizio dell'attività stessa, e da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni. (Nella specie, la S.C., alla stregua dell'enunciato principio, ha cassato la sentenza impugnata per insufficiente motivazione nella parte in cui aveva addebitato esclusivamente alla Regione Marche la responsabilità di danni potenzialmente e in astratto imputabili, anche per effetto della suddetta legge reg., alle attività amministrative svolte dalla Provincia di Pesaro).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 80 del 08/01/2010].

La casa produttrice di macchine deve risarcire i danni all’automobilista che non è stato protetto a dover da un airbag difettoso. Il danneggiato deve sempre provare il nesso causale fra tra le lesioni subite e l'omesso funzionamento dell'airbag.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 14 del 05/01/2010].

Se concause naturali non imputabili al danneggiante concorrono, con il comportamento di quest' ultimo, a determinare l'evento dannoso oggetto della causa (nel senso che da un lato dette concause non potevano dar luogo, senza l'apporto umano, all'evento di danno; e che dall 'altro il danno in questione non preesisteva neppure in parte rispetto al verificarsi di detto concorso di cause naturali ed umane), l'autore del comportamento imputabile è responsabile per intero di tutte le conseguenze da esso scaturenti secondo normalità; in tal caso, infatti, non può operarsi una riduzione proporzionale in ragione della minore gravità della sua colpa, in quanto una comparazione del grado di incidenza eziologica di piú cause concorrenti può instaurarsi soltanto tra una pluralità di comportamenti umani colpevoli, ma non tra una causa umana imputabile ed una concausa naturale non imputabile; ma se nel momento in cui si verifica il concorso causale in questione (in tutte le sue componenti: umane e naturali) e quindi insorge l 'evento dannoso oggetto della causa, il danneggiato già presentava condizioni e, o postumi patologici di qualsiasi origine e natura, di questi non si deve tener conto ai, fini della liquidazione dei danni, trattandosi condizioni e o postumi non direttamente causati dal comportamento del danneggiante, né in alcun altro modo modo eziologicamenie collegati con gli eventi oggetto del giudizio.
[Cass. Civile, Sez. terza, n. 4 del 04/01/2010].

In tema di responsabilità extracontrattuale, ai fini del risarcimento del danno, la valutazione del nesso causale tra condotta ed evento va effettuata sia in relazione all’evento in concreto verificatosi, sia sulla base di un giudizio controfattuale che conduca all’accoglimento della pretesa risarcitoria, qualora, anche presuntivamente, si pervenga alla conclusione che eliminando la condotta contestata, l’evento non si sarebbe verificato (Nella fattispecie, la Corte di merito ha escluso la responsabilità dell’ente pubblico evocato in giudizio in relazione ad un sinistro occorso su di una pista sciistica comunale, non essendo emerso il necessario nesso di causalità, tra la condotta lamentata e l’evento, atteso che, anche a voler ritenere provati i fatti dedotti dall’appellante -impatto contro un paletto di delimitazione della pista sciistica principale; mancata "imbottitura" del paletto- difettava la prova, anche labilmente presuntiva, che la presenza di una imbottitura in gommapiuma del paletto in questione avrebbe evitato o limitato l’evento lesivo, evidenziando che non si era trattato di un trauma cranico, ma della frattura di una gamba, rispetto alla quale la lamentata assenza dell’imbottitura appariva del tutto irrilevante.
[Merito Civile, Sez. Unica, n. 0 del 02/01/2010].

La produzione e la vendita di tabacchi lavorati integrano un’attività pericolosa, ai sensi dell’art. 2050 c.c., perchè i tabacchi, avendo quale unica destinazione il consumo mediante il fumo, contengono in sè, per la loro composizione biochimica e per la loro valutazione data dall’ordinamento, una potenziale carica di nocività per la salute. Tuttavia, qualora il danneggiato abbia proprosto domanda risarcitoria a norma dell’art. 2043 c.c. nei confronti del produttore-venditore di tabacco, viola il principio posto all’art. 112 c.p.c. ed incorre nel vizio di ultrapetizione il giudice che sostituisca a questa domanda quella nuova e diversa di cui all’art. 2050 c.c.c integrante un’ipotesi di responsabilità oggettiva.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 26516 del 17/12/2009].

L’apposizione sulla confezione di un prodotto, di un messaggio pubblicitario considerato ingannevole ( come l’apposizione del timbro “LIGHT” sul pacchetto di sigarette) può essere considerato come un fatto produttivo di danno ingiusto, obbligando colui che l’ha commesso al risarcimento del danno, indipendentemente dall’esistenza di una specifica disposizione o di un provvedimento che vieti l’espressione indicata.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 26516 del 17/12/2009].

Il consumatore che lamenti di aver subito un danno ingiusto per effetto di una pubblicità ingannevole ed agisca, ex art. 2043 c.c., per il relativo risarcimento, non assolve al suo onere probatorio dimostrando la sola ingannevolezza del messaggio, ma è tenuto a provare l’esistenza del danno, nonchè (almeno) la colpa di chi ha diffuso la pubblicità, concretandosi essa nella prevedibilità che dalla diffusione di un determinato messaggio sarebbero derivate le menzionate conseguenze dannose.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 26516 del 17/12/2009].

Nelle cosiddette vendite "a catena" spettano all'acquirente due azioni: quella contrattuale, che sorge solo nei confronti del diretto venditore, in quanto l'autonomia di ciascun trasferimento non gli consente di rivolgersi contro i precedenti venditori (restando salva l'azione di rivalsa del rivenditore nei confronti del venditore intermedio); quella extracontrattuale, che è esperibile dal compratore contro il produttore, per il danno sofferto in dipendenza dei vizi che rendono la cosa pericolosa, anche quando tale danno si sia verificato dopo il passaggio della cosa nell'altrui sfera giuridica. Ne consegue che incorre nella violazione di un principio informatore in tema di responsabilità civile il giudice di pace che - nel giudizio di equità promosso per il risarcimento del danno da pubblicità ingannevole relativo ad una marca di sigarette - riconosca il produttore responsabile sia a titolo extracontrattuale che a titolo contrattuale.
[Cass. Civile, Sez. Seconda, n. 26514 del 17/12/2009].

In tema di responsabilità extracontrattuale della P.A., qualora un'AUSL abbia conferito un incarico di medico supplente ad un soggetto, che, per tale ragione, aveva rassegnato le dimissioni da un altro incarico presso una diversa azienda, senza informarlo dell'esistenza di un'ordinanza del tribunale amministrativo di sospensione del provvedimento di decadenza del precedente incaricato, la mera ignoranza di tale provvedimento da parte della P.A. non è sufficiente ad escluderne la responsabilità per i danni derivanti dalla revoca dell'incarico in esecuzione dell'ordinanza giudiziale, dovendosi ritenere che la mancata comunicazione all'interessato, contestualmente al conferimento dell'incarico, della pendenza di procedimento giudiziale con istanza di sospensiva inerente alla situazione giuridica costituente il presupposto dell'incarico costituisca, di per sé, comportamento reticente lesivo della posizione del privato, mentre la mancata comunicazione dell'ordinanza di sospensione per ignoranza della stessa è idonea a configurare un errore scusabile solamente ove la stessa non sia stata determinata dalla mancata attivazione da parte della stessa P.A. per avere contezza dell'andamento del giudizio e, in particolare, delle decisioni assunte in sede di sospensiva.
[Cass. Civile, Sez. Lavoro, n. 26167 del 14/12/2009].

Al fine di stabilire l’esistenza di una responsabilità del condominio per danno subito da terzi a causa di caduta derivata da instabilità, e scarsa illuminazione del vialetto condominiale, il giudizio di pericolosità della cosa inerte va fatto in relazione alla sua normale interazione con la realtà circostante.
[Cass. Civile, Sez. seconda, n. 25772 del 09/12/2009].

In caso di chiamata in garanzia impropria (situazione analoga a quella dell'intervento adesivo dipendente) l'azione principale e quella di garanzia, essendo fondate sui titoli diversi, rimangono distinte e scindibili. Tuttavia, ove manchi da parte del convenuto rimasto soccombente l'impugnazione sulla causa principale, il passaggio in giudicato afferente il rapporto principale non preclude al chiamato in garanzia impropria, che non si limiti a contestare il rapporto di regresso ma neghi la responsabilità del convenuto nei confronti dell'altro, d'impugnare autonomamente la decisione di merito nel limitato ambito del rapporto di garanzia e per i riflessi che tale decisione può avere su di esso.
[Cass. Civile, Sez. seconda, n. 25772 del 09/12/2009].

Unico legittimato passivamente a rispondere dei danni derivanti da sangue infetto – sotto il profilo dell’art. 2043 c.c. (ed esclusa invece una responsabilità oggettiva ex art. 2050 c.c.) – è il Ministero della salute. In capo ad esso grava un obbligo di controllo, direttive e vigilanza in materia di impiego di sangue umano per uso terapeutico (trasfusioni o preparazione di emoderivati). La omissione, da parte del Ministero della salute, di attività funzionali alla realizzazione dello scopo per il quale l’ordinamento attribuisce il potere lo espone a responsabilità extracontrattuale, quando dalla violazione del vincolo interno costituito dal dovere di vigilanza nell’interesse pubblico siano derivate violazioni dei diritti soggettivi dei terzi.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 25277 del 01/12/2009].

In tema di responsabilità civile, qualora l'evento dannoso si ricolleghi a piú azioni o omissioni, il problema del concorso delle cause trova soluzione nell'art. 41 cod. pen. - norma di carattere generale, applicabile nei giudizi civili di responsabilità - in virtú del quale il concorso di cause preesistenti, simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall'omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra dette cause e l'evento, essendo quest'ultimo riconducibile a tutte, tranne che si accerti la esclusiva efficienza causale di una di esse, mentre resta riservata al giudice del merito la determinazione del grado delle colpe concorrenti, in base ad una valutazione complessiva dei fatti e dell'efficienza causale del comportamento colposo di ciascuno dei corresponsabili. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva affermato la responsabilità in egual misura del datore di lavoro e dell'ente previdenziale nei confronti del lavoratore che, avendo avuto dai detti soggetti l'erronea assicurazione della maturazione del diritto al pensionamento, aveva chiesto il collocamento a riposto in difetto dei requisiti contributivi utili per la maturazione della pensione).
[Cass. Civile, Sez. Lavoro, n. 25236 del 30/11/2009].

In tema di risarcimento del danno non patrimoniale, il cosiddetto danno alla vita di relazione ed i pregiudizi di tipo esistenziale concernenti aspetti relazionali della vita, conseguenti a lesioni dell'integrità psicofisica possono costituire solo voci del danno biologico (al quale va riconosciuta portata tendenzialmente onnicomprensiva) nel suo aspetto dinamico, sicché darebbe luogo a duplicazione la loro distinta riparazione. (Nella specie, un lavoratore -che era stato collocato a riposo nonostante l'assenza dei requisiti contributivi utili per la maturazione del diritto a pensione, a causa di erronee informazioni date dal datore di lavoro e dall'ente previdenziale- aveva chiesto il risarcimento del danno derivatogli, oltre che all'integrità psicofisica, anche alla sua esistenza, modificata per la necessità, dopo sette anni di pensionamento, di riprendere l'attività lavorativa per altri dieci anni, al fine di conseguire il diritto a pensione; la S.C. ha cassato sul punto la sentenza di merito che aveva riconosciuto il risarcimento del danno da lesione di diritti individuali e relazionali costituzionalmente protetti, ed ha enunciato il principio su esteso).
[Cass. Civile, Sez. Lavoro, n. 25236 del 30/11/2009].

L’ente locale non è tenuto a risarcire i genitori i cui figli disabili non siano stati ammessi nel programma di soggiorno estivo organizzato dallo stesso, in ragione del fatto che essi superavano i limiti di età imposti dal bando. La previsione di un limite di età non viola infatti la normativa socio-assistenziale esistente e non può imputarsi all’ente di essersi attenuto scrupolosamente alle previsioni contenute nel bando.
[Tar, Sez. Seconda, n. 11237 del 17/11/2009].

La presunzione di responsabilità per danni da cose in custodia, di cui all'art. 2051 c.c., non si applica agli enti pubblici ogni qual volta il bene, sia esso demaniale o patrimoniale, per le sue caratteristiche sia oggetto di una, utilizzazione generale e diretta da parte di terzi, che limiti in concreto le possibilità di custodia e vigilanza sulla cosa; in questi casi, l'ente pubblico risponde secondo la regola generale dettata dall'art. 2043 c.c., e quindi può essere ritenuto responsabile per i danni subiti da terzi a causa di una insidia stradale solo quando l'insidia stesso non sia visibile o prevedibile.
[Merito Civile, Sez. Prima, n. 0 del 16/11/2009].

In caso di danni derivati a terzi dall'incendio sviluppatosi in un immobile condotto in locazione, la responsabilità per danno cagionato da cose in custodia prevista dall'art. 2051 cod. civ. si configura a carico sia del proprietario che del conduttore allorché nessuno dei due sia stato in grado di dimostrare che la causa autonoma del danno subito dal terzo è da ravvisare nella violazione, da parte dell'altro, dello specifico dovere di vigilanza diretto ad evitare lo sviluppo nell'immobile dell'agente dannoso; ne consegue che, ove sia rimasta ignota la causa dello sviluppo dell'incendio, la responsabilità civile per i danni conseguenti ridonda non a carico del terzo, bensí del proprietario e del conduttore, potendo la presunzione di responsabilità del custode essere superata solo con la prova del caso fortuito.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 23945 del 12/11/2009].

In tema di responsabilità del proprietario per danni derivanti, ai sensi dell'art. 2053 cod. civ., da rovina dell'edificio, va considerata tale ogni disgregrazione, sia pure limitata, degli elementi strutturali della costruzione, ovvero degli elementi accessori in essa stabilmente incorporati. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva escluso l'applicazione dell'art. 2053 cod. civ. sul presupposto che una grata sconnessa posta sul marciapiede al servizio di un edificio, nella quale l'attrice era inciampata, riportando lesioni, non costituisse elemento essenziale di quest'ultimo).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 23939 del 12/11/2009].

Nel regime anteriore all'entrata in vigore dell'art. 22 del decreto-legge 14 gennaio 1994, n. 26, conv. in legge 1° marzo 1994, n. 153 e del regolamento di esecuzione adottato con d.P.C.m. 8 aprile 1998, n. 163, che hanno attribuito valore di pubblicità dichiarativa all'iscrizione delle opere cinematografiche nel registro istituito dal r.d.l. 16 giugno 1938, n. 1061, conv. in legge 18 gennaio 1939, n. 458, l'affidamento alla SIAE del compito di rilasciare i contrassegni di vidimazione non rende configurabile a carico della stessa una responsabilità nei confronti del titolare del diritto esclusivo di riproduzione, dovendo la Società attenersi alla mera dichiarazione del richiedente, il quale assume l'esclusiva responsabilità di una falsa attestazione circa il proprio diritto di riproduzione, avuto riguardo al carattere facoltativo della predetta iscrizione ed alla conseguente incompletezza delle risultanze del registro, e non potendo pretendersi dalla SIAE lo svolgimento di approfondite indagini di tipo investigativo e di difficile attuazione, genericamente rivolte al mercato e nei confronti di un numero indefinito di soggetti, al fine di verificare la legittimazione di colui che abbia richiesto il rilascio dei contrassegni e l'effettiva titolarità dei diritti di sfruttamento dell'opera.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 23632 del 06/11/2009].

In tema di illecito extracontrattuale, il nesso di causalità, dovendo essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa considerarsi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile, può essere riconosciuto anche in base ad un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, che deve però risultare qualificata da ulteriori elementi idonei a tradurre in certezze giuridiche le conclusioni astratte svolte in termini probabilistici. (In applicazione di tale criterio, la S.C. ha ritenuto correttamente motivata la sentenza impugnata, la quale aveva escluso la sussistenza del nesso di causalità tra l'incendio sviluppatosi in un albergo e la morte di una donna che risiedeva in un appartamento situato nel medesimo edificio, disattendendo le conclusioni del perito nominato nel giudizio penale, il quale aveva sostenuto, sulla sola base delle patologie da cui era affetta la donna e dell'epoca del decesso, che quest'ultimo era stato accelerato dall'intenso trauma psichico provato a causa dell'incendio).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 23059 del 30/10/2009].

In tema di risarcimento del danno da fatto illecito, ove tra quest'ultimo e la morte della vittima sia trascorso un apprezzabile lasso di tempo, l'ammontare del danno biologico che gli eredi del defunto richiedono "iure successionis" va calcolato non con riferimento alla durata probabile della vita del defunto, ma alla sua durata effettiva. (Nella specie, in cui la persona vittima di un incidente stradale era deceduta nei giorni successivi, la S.C. ha confermato la sentenza di merito con la quale si era ritenuto che il danno biologico trasmissibile "iure hereditatis" dovesse calcolarsi non sulla base della sua aspettativa di vita media, bensí in relazione all'effettiva vita residua goduta).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 23053 del 30/10/2009].

La liquidazione del danno morale "iure proprio" sofferto per il decesso di un familiare causato del fatto illecito altrui (nella specie per sinistro stradale) sfugge necessariamente ad una previa valutazione analitica e resta affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi del giudice di merito, come tali non sindacabili in sede di legittimità, perché, nonostante l'inquadramento del diritto all'integrità psicofisica della persona nell'ambito esclusivo del combinato disposto degli artt. 2059 cod. civ. e 32 Cost. (nonché delle altre norme costituzionali poste a presidio della detta integrità personale), rimangono validi tutti i principi generali elaborati in tema di quantificazione del danno morale, oltre che di quello biologico.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 23053 del 30/10/2009].

Il rimborso delle spese generali (nella specie richiesto ai sensi dell'art. 15 della tariffa professionale, approvata con d.m. 5 ottobre 1994, n. 585), spetta all'avvocato in via automatica e con determinazione "ex lege", dovendosi, pertanto, ritenere compreso nella liquidazione degli onorari e diritti di procuratore nella misura del 10%, anche senza espressa menzione nel disposititvo della sentenza.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 23053 del 30/10/2009].

Appartiene alla giurisdizione del giudice amministrativo la domanda di risarcimento dei danni conseguenti ad un trasferimento, disposto dalla P.A. datrice di lavoro, e già dichiarato illegittimo dal giudice amministrativo, ove l'azione sia stata proposta successivamente all'entrata in vigore della legge 21 luglio 2000, n. 205, il cui art. 7 ha innovato l'art. 7, comma terzo, della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, prevedendo che "il tribunale amministrativo regionale, nell'ambito della sua giurisdizione, conosce anche di tutte le questioni relative all'eventuale risarcimento dei danni", senza che rilevi che l'atto sia ascrivibile alla categoria degli atti negoziali od autoritativi ovvero che la condotta si sia protratta oltre il 30 giugno 1998, dovendosi ritenere che, in relazione al dato normativo applicabile, la pretesa risarcitoria si collochi, in ogni caso, nell'ambito della giurisdizione amministrativa. (Nella specie, relativa ad un trasferimento di un dipendente pubblico dalle mansioni di centralinista a quelle di bidella, le S.U., sul rilievo che il provvedimento, i cui effetti si erano protratti fino all'agosto 1998, era stato dichiarato illegittimo dal giudice amministrativo, hanno ritenuto la giurisdizione di quest'ultimo anche per la successiva richiesta di risarcimento dei conseguenti danni morali e all'integrità psicofisica).
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 22749 del 28/10/2009].

La tutela risarcitoria del danno non patrimoniale può avere luogo, oltre che nei casi espressamente previsti, allorché vi sia stata compromissione dei diritti inviolabili dell’individuo, quali riconosciuti dal testo costituzionale, tra i quali il diritto alla reputazione, all’immagine, al nome, alla riservatezza, alla salute. Nella fattispecie, il diniego del rinnovo del porto d'armi di cui si tratta non appare sicuramente in grado di ledere un interesse di rilievo costituzionale e di fondare, pertanto, una responsabilità per danno non patrimoniale; il ricorrente deduce, in verità, anche danni di carattere patrimoniale, quali le spese per il mantenimento del cane da caccia o quelle relative all’acquisto delle marche per il ricorso gerarchico e l’atto di diffida. Si tratta, tuttavia, di pregiudizi che, oltre che non provati, non appaiono connessi al diniego del titolo di polizia, essendo correlativi alla situazione di possesso dell’animale o ad oneri di carattere tributario per i quali non è prevista alcuna forma di rimborso.
[Tar, Sez. Prima, n. 1144 del 27/10/2009].

Il detentore di cosa altrui, danneggiata dal fatto illecito del terzo, incidente nella propria sfera patrimoniale, è legittimato a domandarne il risarcimento solo se dimostri, da un lato, la sussistenza di un titolo in virtú del quale è obbligato a tenere indenne il proprietario, e, dall'altro, che l'obbligazione scaturente da quel titolo sia già stata adempiuta, in modo da evitare che il terzo proprietario non possa pretendere anch'egli di essere risarcito dal danneggiante.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 22602 del 26/10/2009].

L’eccezione di illegittimità costituzionale del disposto dell’art. 409 comma 6 c.p.p – in relazione agli articoli 3, 24, 76, 111 e 112 della Costituzione – che limita la ricorribilità per cassazione ai casi di nullità del procedimento previsti dall’art. 127 comma 5 c.p.p., in quanto lesivo del diritto di difesa è da considerarsi infondata, poiché la sede nella quale è pronunciata l’ordinanza di archiviazione è quella dell’esame degli elementi sufficienti a giustificare la prosecuzione nell’esercizio dell’azione penale, in una fase prodromica del vero e proprio procedimento, ed il cui esito negativo non pregiudica alcun diritto e interesse della parte offesa. Rimane, per essa, disponibile l’azione per le restituzioni e il risarcimento del danno, se nei fatti è ravvisabile il fatto ingiusto di cui all’art. 2043 c.c. od altro titolo analogamente attributivo di garanzie e indennizzo. Mentre la garanzie di attenzione alle pretese e ai bisogni dell’offeso, in relazione a un ipotizzato reato, è fornita adeguatamente dall’operatività di due strumenti di diritto positivo: la necessità del contraddittorio tra i contro interessati, sia pure nella forma dell’udienza della camera di consiglio, prima della definitiva archiviazione; la riapertura delle indagini ed il nuovo esercizio dell’azione penale, ove vengano a presentarsi i presupposti che tanto giustificano.
[Cass. Penale, Sez. Seconda, n. 40694 del 21/10/2009].

La truffa processuale non è configurabile nel nostro diritto penale. Il delitto di truffa ha natura di illecito contro il patrimonio ed è caratterizzato dalla frode per determinare la volontà del contraente in un senso difforme da quello che egli avrebbe scelto attraverso una condotta scevra dei raggiri altrui. Nel caso della “truffa processuale”, l’inganno però, non incide sulla libertà negoziale, posto che il destinatario dello stesso è il giudice, privo, per la sua veste, di siffatta libertà. Ne segue che nella citata fattispecie viene a mancare almeno un elemento costitutivo del reato in questione, rappresentato dall’atto di disposizione patrimoniale conseguente ad un atto di libera determinazione contrattuale: il giudice non compie, con il suo provvedimento, un atto di espressione dell’autonomia negoziale privata e della libertà di consenso. Egli esercita, invece, un potere di natura pubblicistica, manifestazione di esercizio della giurisdizione.
[Cass. Penale, Sez. Seconda, n. 40694 del 21/10/2009].

La lesione dell'onore e della reputazione altrui non si verifica quando la diffusione a mezzo stampa delle notizie costituisce legittimo esercizio del diritto di cronaca, condizionato all'esistenza dei seguenti presupposti: la verità oggettiva o anche solo putativa dei fatti riferiti, purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca, tenuto conto della gravità della notizia pubblicata; l'interesse pubblico alla conoscenza del fatto (cosiddetta pertinenza); la correttezza formale dell'esposizione (cosiddetta continenza). In particolare, nel caso di notizie lesive mutuate da provvedimenti giudiziari, il presupposto della verità dev'essere restrittivamente inteso (salva la possibilità di inesattezze secondarie o marginali, inidonee a determinarne o aggravarne la valenza diffamatoria), nel senso che la notizia dev'essere fedele al contenuto del provvedimento e che deve sussistere la necessaria correlazione tra fatto narrato e quello accaduto, senza alterazioni o travisamenti di sorta, non essendo sufficiente la mera verosimiglianza, in quanto il sacrificio della presunzione di non colpevolezza richiede che non si esorbiti da ciò che è strettamente necessario ai fini informativi. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, con cui erano stati condannati l'autore e l'editore di un libro, nel quale la vicenda giudiziaria di un noto magistrato era riferita in maniera incompleta e sostanzialmente alterata, suscitando nel lettore l'idea che egli avesse subito una condanna definitiva o una pluralità di condanne, poiché si affermava che era stato "piú volte inquisito e condannato", senza puntualizzare che la sentenza di condanna, confermata in appello, era stata emessa nell'ambito di un processo conclusosi in Cassazione con la dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 22190 del 20/10/2009].

L'onore e la reputazione, la quale si identifica con il senso della dignità personale in conformità all'opinione del gruppo sociale, secondo il particolare contesto storico, costituiscono diritti della persona costituzionalmente garantiti e, pertanto, alla luce di un'interpretazione costituzionalmente orientata degli artt. 2043 e 2059 cod. civ., la loro lesione è suscettibile di risarcimento del danno non patrimoniale, a prescindere dalla circostanza che il fatto lesivo costituisca o meno reato.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 22190 del 20/10/2009].

La c.d. insidia o trabocchetto non è un concetto giuridico, ma un mero stato di fatto, che, per la sua oggettiva invisibilità e per la sua conseguente imprevedibilità, integra una situazione di pericolo occulto. Tale situazione, pur assumendo grande importanza probatoria, in quanto può essere considerata dal giudice idonea a integrare una presunzione di sussistenza del nesso eziologico con il sinistro e della colpa del soggetto tenuto a vigilare sulla sicurezza del luogo, non esime il giudice dall'accertare in concreto la sussistenza di tutti gli elementi previsti dall'art. 2043 cod. civ. Tale accertamento, con riferimento ai danni cagionati da cose in custodia, è reso superfluo dalla riconducibilità della fattispecie all'art. 2051 cod. civ., che prevede un'ipotesi di responsabilità oggettiva, ferma restando la facoltà del custode di provare che il danno è stato determinato da cause create dal danneggiato, da lui non conoscibili né eliminabili con immediatezza, neppure con la piú efficiente attività di manutenzione.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 20943 del 30/09/2009].

La rivalutazione monetaria e gli interessi costituiscono una componente dell'obbligazione di risarcimento del danno e possono essere riconosciuti dal giudice anche d'ufficio ed in grado di appello, pur se non specificamente richiesti, atteso che essi devono ritenersi compresi nell'originario "petitum" della domanda risarcitoria, ove non ne siano stati espressamente esclusi.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 20943 del 30/09/2009].

Nel caso in cui un assicuratore contro i danni, richiesto del pagamento dell'indennizzo, denunci per truffa l'assicurato, e l'accusa si riveli infondata, l'assicurato (nella specie, una persona giuridica) ha diritto al risarcimento del danno sia alla reputazione commerciale, sia a quella personale. Tuttavia la sussistenza del primo tipo di danno non è automaticamente e necessariamente collegata alla falsità della denuncia, la quale implica il pericolo di danno ma non la sua certezza, con la conseguenza che sarà la persona denunciata a dovere fornire la prova, anche presuntiva, delle conseguenze dannose che, in concreto, gli siano derivate. Ove invece il fatto illecito abbia causato una lesione della reputazione personale (intesa come reputazione che il soggetto gode come persona umana, tra gli altri consociati), da valutarsi con riferimento al contenuto della reputazione quale si è formata nella comune coscienza sociale di un determinato momento e non alla considerazione che ciascuno ha della sua reputazione ("amor proprio"), una volta provata detta lesione, il danno è "in re ipsa", in quanto si realizza una perdita di tipo analogo a quello indicato dall'art. 1223 cod. civ., costituita dalla diminuzione o dalla privazione di un valore (per quanto non patrimoniale) della persona umana alla quale il risarcimento deve essere commisurato.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 20120 del 18/09/2009].

La domanda di indennizzo per arricchimento senza causa e quella di risarcimento danni da responsabilità aquiliana non sono intercambiabili, in quanto diverse per "causa petendi" e "petitum", poiché nella prima la causa dello spostamento patrimoniale non deve essere qualificata come antigiuridica e l'indennizzo deve essere ragguagliato alla minor somma tra l'arricchimento e il depauperamento; ne consegue che, promosso - da parte di un concessionario nei confronti di un altro concessionario - un giudizio di indebito arricchimento in relazione alla mancata fruizione di acque pubbliche, non è ammissibile in sede di legittimità, in quanto costituente domanda nuova, il motivo di ricorso con cui si faccia valere la violazione delle norme in materia di illecita captazione (o sottensione) di acque, poiché quest'ultima realizza un'ipotesi di illecito aquiliano permanente, risarcibile ai sensi degli artt. 45- 47 del r.d. n. 1775 del 1933.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 19448 del 10/09/2009].

Ai sensi dell'art. 204 del r.d. 11 dicembre 1933, n. 1775 (t.u. delle acque) - che opera un rinvio recettizio alle corrispondenti norme del codice di procedura civile del 1865 - qualora il Tribunale superiore delle acque pubbliche abbia omesso di pronunciarsi su di una domanda, l'impugnazione esperibile non è il ricorso alle Sezioni Unite della Corte di cassazione, previsto dagli artt. 200- 202 del medesimo t.u., bensí l'istanza di rettificazione rivolta al medesimo Tribunale superiore.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 19448 del 10/09/2009].

A norma dell'art. 202 del t.u. sulle acque, che opera un rinvio recettizio al codice di procedura civile del 1865, la sentenza del Tribunale superiore delle acque pubbliche, che decida una questione di merito senza definire il giudizio, è impugnabile soltanto con la sentenza definitiva, poiché l'espressione "decisione interlocutoria" contenuta nel codice previgente deve interpretarsi come corrispondente alla nozione di sentenza che, pur decidendo il merito, non definisce il giudizio e impartisce distinti provvedimenti per l'ulteriore istruzione della causa, secondo le previsioni dell'art. 279, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ.; ne consegue che, ove la sentenza definitiva sia impugnabile anche per vizio di motivazione - il che avviene per le pronunce alle quali si applica il d.lgs. n. 40 del 2006 - tale regime vale anche per la sentenza non definitiva, attesa la sua non autonoma impugnabilità.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 19448 del 10/09/2009].

Il danno patrimoniale del marito per la perdita della moglie va calcolato escludendo sia la parte di reddito che, per quanto conferita alla gestione familiare, veniva poi utilizzata per sopperire ai consumi nell’ambito di tale comunione familiare da parte della stessa vittima, sia della cosiddetta quota sibi (la parte cioé del reddito che la defunta avrebbe speso per sé, senza farla transitare attraverso la comunione familiare).
[Cass. Civile, Sez. terza, n. 18800 del 29/08/2009].

Nella giurisdizione del giudice ordinario sulle controversie in materia di diritti rientrano le controversie in tema di responsabilità da lesione di situazioni di interesse giuridicamente rilevanti, anche quando detta responsabilità sia imputata all'Amministrazione come effetto derivante dall'adozione di un provvedimento amministrativo e senza che ai fini della configurabilità di tale giurisdizione sia necessario il previo annullamento del provvedimento ad opera del giudice amministrativo. Sussiste, pertanto, la giurisdizione del giudice ordinario sulla domanda - proposta anteriormente alla nuova disciplina sul riparto di giurisdizione dettata dagli artt. 34 e 35 del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80 e dall'art. 7 della legge 21 luglio 2000, n. 205 - di risarcimento del danno derivante dall'illegittimo annullamento di una concessione edilizia precedentemente rilasciata per la realizzazione di una discarica per rifiuti solidi urbani, non ostandovi l'attribuzione alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, ai sensi dell'art. 16 della legge 28 gennaio 1977, n. 10, della competenza a conoscere dei ricorsi diretti ad ottenere l'annullamento di provvedimenti in tema di concessioni edilizie, atteso che, anteriormente all'indicato "ius superveniens" (non rilevante ex art. 5 cod. proc. civ.), il giudice amministrativo non conosceva delle questioni attinenti a diritti patrimoniali conseguenziali e, quindi, al diritto al risarcimento del danno provocato da tali provvedimenti illegittimi.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 16090 del 09/07/2009].

Spetta alla giurisdizione del giudice amministrativo la domanda con la quale il privato chieda il risarcimento del danno conseguente all'occupazione di terreni non ricompresi nei decreti di esproprio e destinati ad opere di urbanizzazione, posto che in tale caso non si realizza un mero comportamento materiale non ricollegabile all'esercizio del potere espropriativo espresso dalla dichiarazione di pubblica utilità, a seguito della quale sono emessi i decreti di esproprio, ma un comportamento che deve essere valutato in correlazione ai predetti decreti, al fine di stabilire se esso possa essere ricondotto agli atti di una procedura espropriativa basata su una dichiarazione di pubblica utilità.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 16093 del 09/07/2009].

In caso di condanna generica al risarcimento dei danni contenuta nella sentenza penale, se il giudice penale non si sia limitato a statuire solo sulla potenzialità dannosa del fatto addebitato al soggetto condannato e sul nesso eziologico in astratto, ma abbia accertato e statuito sull'esistenza in concreto di detto danno e del relativo nesso causale con il comportamento del soggetto danneggiato, valgono sul punto i principi del giudicato.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 16113 del 09/07/2009].

Il proprietario di un immobile, ove ritenga che l'attività materiale di un terzo - anche se appaltatore - abbia arrecato danni ingiusti alla sua proprietà, può agire, nei confronti di quello, sia per il ristoro del suo patrimonio, ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., sia per il ripristino dello stato dei luoghi, giacché, in tal caso, la reintegra in forma specifica costituisce il rimedio idoneo per eliminare le conseguenze dannose del fatto illecito del terzo ai sensi dell'art. 2058, primo comma, cod. civ..
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 16118 del 09/07/2009].

Competente ad accertare e liquidare il danno derivante dall'uso di espressioni offensive contenute negli atti del processo, ai sensi dell'art. 89 cod. proc. civ., è di norma lo stesso giudice dinanzi al quale si svolge il giudizio nel quale sono state usate le suddette espressioni. A tale competenza, tuttavia, è necessario derogare quando il giudice non possa, o non possa piú, provvedere con sentenza sulla domanda di risarcimento, il che accade, in particolare, nei seguenti casi: A) quando le espressioni offensive siano contenute in atti del processo di esecuzione, che per tale sua natura non può avere per oggetto un'azione di cognizione e quindi destinata ad essere decisa con sentenza; B) quando siano contenute in atti di un processo di cognizione che però, per qualsiasi motivo, non si concluda con sentenza (come nel caso di estinzione del processo); C) quando i danni si manifestino in uno stadio processuale in cui non sia piú possibile farli valere tempestivamente davanti al giudice di merito (come nel caso in cui le frasi offensive siano contenute nella comparsa conclusionale del giudizio di primo grado); D) quando la domanda di risarcimento sia proposta nei confronti non della parte ma del suo difensore.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 16121 del 09/07/2009].

Per effetto del principio della cosiddetta "perpetuatio" dell'ufficio di difensore (di cui è espressione l'art. 85 cod. proc. civ.), nessuna efficacia può dispiegare, nell'ambito del giudizio di cassazione (oltretutto caratterizzato da uno svolgimento per impulso d'ufficio), la sopravvenuta rinuncia che il difensore del ricorrente abbia comunicato alla Corte prima dell'udienza di discussione già fissata.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 16121 del 09/07/2009].

Il giudice di appello non può riconoscere gli interessi legali e la rivalutazione monetaria sulle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno ex art. 2043 cod. civ., ove il danneggiato non abbia proposto in appello specifica domanda in tal senso, benché detti accessori siano stati chiesti in primo grado, dovendosi ritenere, ai sensi dell'art. 346 cod. proc. civ., rinunciate le domande ed eccezioni non espressamente riproposte in grado di appello.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 16128 del 09/07/2009].

In tema di responsabilità civile extracontrattuale, il nesso causale tra la condotta illecita ed il danno civile è regolato dal principio di cui agli artt. 40 e 41 cod. pen., in base al quale un evento è da considerare causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, nonché dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla scorta del quale, all'interno della serie causale, occorre dare rilievo solo a quegli eventi che non appaiono - ad una valutazione "ex ante" - del tutto inverosimili; ne consegue che, ai fini della riconducibilità dell'evento dannoso ad un determinato comportamento, non è sufficiente che tra l'antecedente ed il dato consequenziale sussista un rapporto di sequenza, essendo invece necessario che tale rapporto integri gli estremi di una sequenza possibile, alla stregua di un calcolo di regolarità statistica, per cui l'evento appaia come una conseguenza non imprevedibile dell'antecedente. (Nella specie, in virtù dell'enunciato principio, la Corte ha ritenuto insindacabile il rigetto, contenuto nella sentenza impugnata, della domanda di risarcimento dei danni di cui all'art. 2043 cod. civ., proposta nei confronti del vettore per la perdita di un piego che recava la dizione "stampati", sul rilievo che non era ragionevolmente opinabile che il vettore potesse, anche usando una straordinaria diligenza, supporre che nella busta non erano contenuti "stampati", ma "atti giudiziari" di estrema importanza, il cui mancato recapito aveva determinato la decadenza dell'impugnazione di una sentenza).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 15895 del 07/07/2009].

Il principio costituzionale della ragionevole durata del processo impedisce al giudice di adottare decisioni che, senza utilità per il diritto di difesa o per il rispetto del contraddittorio, comportino l'inutile allungamento dei tempi del giudizio. Ne consegue che se una sentenza sia appellata dalla parte soccombente e dall'interventore "ad adiuvandum", sulla base di motivi identici, l'erronea declaratoria d'inammissibilità dell'appello proposto dall'interventore "ad adiuvandum", accertata in sede di legittimità, non può comportare di per sé la rimessione della causa al giudice di appello, tutte le volte che questi abbia comunque esaminato e deciso i motivi di gravame proposti dalla parte adiuvata.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 15895 del 07/07/2009].

L'avvocato, il quale ometta di depositare il ricorso per cassazione nel termine di cui all'art. 369 cod. proc. civ., è responsabile nei confronti del cliente del danno da questi patito in conseguenza del passaggio in giudicato della sentenza a lui sfavorevole, a nulla rilevando che la tardività del deposito sia ascrivibile a sua colpa esclusiva o se sussista, eventualmente, anche la responsabilità di coloro (collaboratori o terzi) di cui il professionista si sia avvalso per l'espletamento dell'incarico ricevuto.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 15895 del 07/07/2009].

Il diritto al risarcimento dei danni cagionati ad un immobile non costituisce un accessorio del diritto di proprietà sull'immobile stesso, trasmissibile automaticamente con la sua alienazione, ma ha natura personale, in quanto compete esclusivamente a chi, essendo proprietario del bene all'epoca dell'evento dannoso, ha subito la relativa diminuzione patrimoniale.
[Cass. Civile, Sez. Seconda, n. 15744 del 03/07/2009].

In tema di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante da circolazione di veicoli e di natanti, relativamente a fatto antecedente al 1° maggio 1993, per persona danneggiata, ai sensi dell'art. 21 della legge 24 dicembre 1969 n. 990, deve intendersi non solo la vittima diretta dell'incidente, ma anche i prossimi congiunti o gli aventi causa della stessa, cosí che i conseguenti danni non devono necessariamente essere soddisfatti tutti nell'ambito del massimale previsto per ogni singola persona, ma il limite del risarcimento è, distintamente per ciascun danno, quello previsto per ciascuna persona danneggiata, fermo nel complesso il massimale per singolo sinistro (c.d. massimale catastrofale).
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 15376 del 01/07/2009].

La domanda di risarcimento, proposta dal vincitore di un concorso interno per l'attribuzione di qualifica dirigenziale, per i danni causati dall'esercizio del potere pubblico, imputando alla P.A., che aveva indetto il concorso, il ritardo illegittimo e colpevole nell'espletamento della procedura concorsuale e nell'emanazione dell'atto terminale dell'approvazione della graduatoria, spetta alla giurisdizione del giudice amministrativo, essendo riconducibile, in forza dell'art. 7 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, all'esercizio di attività autoritative da parte della P.A.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 15235 del 30/06/2009].

La revoca della dichiarazione di pubblica utilità per sopravvenute ragioni di merito, spiegando efficacia preclusiva della conclusione del procedimento espropriativo e costituendo condizione risolutiva dell'accordo intervenuto tra il privato e l'Amministrazione espropriante per la determinazione dell'indennità di esproprio, fa sorgere reciproche obbligazioni di restituzione riguardo, rispettivamente, al fondo oggetto di occupazione ed alla somma ricevuta in forza del predetto accordo. Avendo, tuttavia, tale revoca effetto "ex nunc", l'occupazione assume carattere di illegittimità solo a partire da tale momento, con la conseguenza che l'Amministrazione può liberarsi formulando offerta di restituzione dell'immobile, idonea a costituire in mora il proprietario creditore, mentre, quanto alla somma ricevuta a titolo di anticipazione dell'indennità di esproprio, valgono le regole della ripetizione di indebito oggettivo, essendo l'art. 2033 cod. civ. applicabile anche nel caso di sopravvenienza della causa che renda indebito il pagamento, sicchè, dovendosi presumere la buona fede dell'"accipiens", gli interessi decorrono dal giorno della domanda e non da quello dell'eventuale, precedente,costituzione in mora.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 14886 del 25/06/2009].

La controversia promossa da un privato per ottenere, nei confronti di un Comune, il risarcimento del danno conseguente alla prospettata responsabilità del medesimo ente, in qualità di alienante, per la violazione degli obblighi di buona fede e correttezza nella vendita di un complesso immobiliare, per avere taciuto l'inesistenza di tutte le condizioni di legge per procedere alla cessione dell'immobile (segnatamente, l'autorizzazione della Soprintendenza regionale) appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario, giacché trattasi di domanda risarcitoria che non attiene alla fase pubblicistica della gara, ma a quella prodromica, rispetto alla quale si fa valere la responsabilità precontrattuale della P.A., con conseguente rilevanza del criterio di riparto della giurisdizione fondato sulla natura della situazione soggettiva dedotta in giudizio, la quale, nella specie, ha consistenza di diritto soggettivo.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 14833 del 24/06/2009].

In tema di azione di danni, poiché i "fatti" rilevanti per l'affermazione di responsabilità ex art. 2051 cod. civ. sono diversi da quelli necessari per proclamarla ex art. 2043 cod. civ., qualora il danneggiato soccombente in primo grado non si dolga in appello della mancata applicazione dell'art. 2051 cod. civ., ma censuri la sentenza impugnata soltanto per avere escluso la responsabilità del convenuto per difetto di colpa ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., non è consentito al giudice di appello - ciò essendogli impedito dai limiti di devoluzione dell'impugnazione (art. 346 cod. proc. civ.), altrimenti configurandosi il vizio di ultrapetizione - prescindere dall'indagine sull'elemento soggettivo dell'illecito ed affermare la responsabilità del convenuto in base alla sola considerazione del nesso eziologico tra cosa e danno ed alla mancanza di prova del fortuito.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 14622 del 23/06/2009].

L'art. 30-bis cod. proc. civ., che regola la competenza nei procedimenti in cui siano parte i magistrati, a garanzia della terzietà ed indipendenza dell'esercizio della funzione giudiziaria, trova applicazione soltanto nei casi in cui, in base alle regole generali, la competenza spetterebbe ad un giudice appartenente al distretto nel quale il magistrato esercita le sue funzioni. Pertanto, nei casi previsti dall'art. 20 cod. proc. civ., l'attore è libero di esercitare l'opzione tra il giudice del luogo in cui è sorta o deve eseguirsi l'obbligazione, mentre il meccanismo di garanzia previsto dall'art. 30-bis citato opera, eventualmente, soltanto qualora, in relazione al giudice adito in base a detta norma, sussistano i presupposti per lo spostamento di competenza. (Principio affermato dalla S.C. in materia di risarcimento del danno extracontrattuale per lesione del diritto alla reputazione conseguente alla pubblicazione di un articolo su stampa periodica).
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 14761 del 23/06/2009].

Il danno non patrimoniale, alla stregua di un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 cod. civ., costituisce una categoria ampia, comprensiva non solo del cosiddetto danno morale, ovverosia della sofferenza contingente e del turbamento d'animo transeunte, determinati da un fatto illecito integrante un reato, ma anche di ogni ipotesi in cui si verifichi un'ingiusta lesione di un valore inerente alla persona, costituzionalmente garantito, alla quale consegua un pregiudizio non suscettibile di valutazione economica, senza soggezione al limite derivante dalla riserva di legge correlata all'art. 185 cod. pen. Pertanto, in caso di perdita di un familiare, la liquidazione del danno non patrimoniale subìto da un congiunto affetto da sordomutismo non può non tener conto della particolare condizione del danneggiato, trattandosi di persona avente una ridotta capacità di comunicare e di relazionarsi con le altre persone, e rispetto alla quale la perdita di un familiare, soprattutto se convivente, se non comporta sofferenze morali maggiori, determina comunque un "vulnus" particolare ed ulteriore della concreta possibilità di comunicare e relazionarsi.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 14551 del 22/06/2009].

La denuncia di un reato perseguibile d'ufficio non è fonte di responsabilità per danni a carico del denunciante, ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., anche in caso di proscioglimento o di assoluzione del denunciato, a meno che essa non integri gli estremi del delitto di calunnia, poiché, al di fuori di tale ipotesi, l'attività pubblicistica dell'organo titolare dell'azione penale si sovrappone all'iniziativa del denunciante, togliendole ogni efficacia causale e interrompendo, cosí, ogni nesso tra tale iniziativa ed il danno eventualmente subito dal denunciato.
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 13531 del 11/06/2009].

Nella liquidazione della somma per la riparazione dell'errore giudiziario, deve tenersi conto di tutte le peculiari sfaccettature di cui il danno non patrimoniale si compone nella sua globalità, avendo in particolare riguardo all'interruzione della attività lavorative e ricreative, dei rapporti affettivi e degli altri rapporti interpersonali, ed al mutamento radicale, peggiorativo e non voluto, delle abitudini di vita.
[Cass. Penale, Sez. quarta, n. 22688 del 29/05/2009].

Alle sentenze di non doversi procedere, perché il reato è estinto per prescrizione o amnistia, non può riconoscersi alcuna efficacia extrapenale, sicchè nel giudizio promosso contro l'imputato per ottenere il risarcimento del danno, il giudice civile, pur tenendo conto di tutti gli elementi di prova acquisiti in sede penale e pur potendo ripercorrere lo stesso "iter" argomentativo del giudice penale e giungere, quindi, alle medesime conclusioni, deve tuttavia interamente ed autonomamente rivalutare il fatto.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 12243 del 27/05/2009].

Con riguardo alle controversie in tema di occupazione appropriativa derivante da irreversibile incorporazione del suolo ad un'opera pubblica su di esso eseguita, introdotte tra il 1° luglio 1998 (data di entrata in vigore del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80) ed il 10 agosto 2000 (data di entrata in vigore della legge 21 luglio 2000, n. 205), per effetto della sentenza n. 281 del 2004 della Corte costituzionale, che ha dichiarato l'incostituzionalità, per eccesso di delega, delle nuove ipotesi di giurisdizione esclusiva introdotte dall'art. 34 del d.lgs. n. 80 cit., nel testo anteriore alla riscrittura operata con l'art. 7 della legge n. 205 del 2000, va affermata la giurisdizione del giudice ordinario relativamente alla domanda di restituzione dell'immobile nonché, ove questa sia preclusa a causa dell'avvenuta realizzazione dell'opera pubblica, alla domanda di risarcimento del danno, trattandosi di domande vertenti su diritti soggettivi, anche nel caso in cui l'occupazione si sia protratta dopo che il provvedimento autorizzativo sia divenuto inefficace alla scadenza del termine massimo (non prorogabile) di cinque anni stabilito dall'art. 20 della legge 22 ottobre 1971, n. 865: l'eventuale proroga dell'occupazione oltre il predetto termine non comporta infatti un erroneo esercizio del potere di disporre l'occupazione temporanea, bensí una mancanza radicale del potere della P.A. espropriante di consentirla o di mantenerla in vigore per un periodo piú elevato di quello previsto dalla predetta disposizione.
[Cass. Civile, Sez. Unite, n. 12245 del 27/05/2009].

Nel caso in cui venga introdotta, avanti al giudice ordinario, una domanda risarcitoria, ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., nei confronti della P.A. per illegittimo esercizio di una funzione pubblica, il giudice deve procedere, in ordine successivo, alle seguenti indagini: a) in primo luogo, deve accertare la sussistenza di un evento dannoso; b) deve, poi, stabilire se l'accertato danno sia qualificabile come ingiusto, in relazione alla sua incidenza su di un interesse rilevante per l'ordinamento (a prescindere dalla qualificazione formale di esso come diritto soggettivo); c) deve, inoltre, accertare, sotto il profilo causale, facendo applicazione dei criteri generali, se l'evento dannoso sia riferibile ad una condotta della P.A.; d) infine, deve verificare se detto evento dannoso sia imputabile a responsabilità della P.A., considerando che tale imputazione non può avvenire sulla base del mero dato obiettivo dell'illegittimità del provvedimento, richiedendosi, invece, una piú penetrante indagine in ordine alla valutazione della colpa che, unitamente al dolo, costituisce requisito essenziale della responsabilità aquiliana. (In applicazione di tale principio, la S.C., ha cassato con rinvio la sentenza impugnata che aveva omesso, ai fini dell'accoglimento della domanda risarcitoria formulata sulla scorta di un interesse pretensivo al conseguimento di un'autorizzazione commerciale, nella specie negata, di procedere - sul piano oggettivo-causale - al giudizio prognostico circa la fondatezza o meno dell'istanza di parte, da condurre in relazione alla normativa applicabile, e di compiere, sul piano soggettivo, il doveroso controllo sull'imputazione almeno colposa della condotta del pubblico funzionario, non avendo ritenuto, invece, sufficiente, per l'affermazione della responsabilità risarcitoria dell'ente comunale, l'intervenuto annullamento del diniego del nulla-osta presupposto in sede di giurisdizione amministrativa).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 12282 del 27/05/2009].

In tema di liquidazione del danno biologico e del danno morale, entrambe voci di danno non patrimoniale, l'applicazione dei criteri di valutazione equitativa, rimessa alla prudente discrezionalità del giudice deve consentirne, sia in caso di adozione del criterio equitativo puro che di applicazione di criteri predeterminati e standardizzati, l'integrale risarcimento; a tal fine i criteri devono essere pertanto idonei a garantire anche la c.d. personalizzazione del danno.
[Cass. Penale, Sez. sesta, n. 21613 del 26/05/2009].

In tema di equa riparazione ai sensi dell'art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89, il danno non patrimoniale è conseguenza normale, ancorché non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di cui all'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali: sicché, pur dovendo escludersi la configurabilità di un danno non patrimoniale "in re ipsa" - ossia di un danno automaticamente e necessariamente insito nell'accertamento della violazione -, il giudice, una volta accertata e determinata l'entità della violazione relativa alla durata ragionevole del processo secondo le norme della citata legge n. 89 del 2001, deve ritenere sussistente il danno non patrimoniale ogniqualvolta non ricorrano, nel caso concreto, circostanze particolari che facciano positivamente escludere che tale danno sia stato subito dal ricorrente. Tali circostanze, però, non possono essere ravvisate nel modesto valore dell'importo ritraibile dal processo la cui irragionevole durata si contesta, potendo esso, al piú, essere indice di un minore impatto psichico e quindi autorizzare una deroga "in peius" ai parametri di indennizzo elaborati per analoghe controversie dalla Corte Europea di Strasburgo.
[Cass. Civile, Sez. Prima, n. 12242 del 26/05/2009].

In tema di diffamazione a mezzo d'opera teatrale, cinematografica o letteraria, perché possa dirsi integrata la fattispecie generatrice del diritto al risarcimento dei danni ad essa collegati non è sufficiente che il giudice accerti la natura non veritiera dei fatti o delle circostanze attinenti ad una persona menzionata e che possano arrecare danno alla sua dignità, ma è necessario che accerti altresí da un lato, che non si tratti di opera artistica, caratterizzata, in quanto tale, dall'idealizzazione della realtà od espressa mediante varie figure retoriche tendenti ad una trasfigurazione creativa, e, dall'altro, che l'espressione diffamatoria sia stata effettivamente percepita non solo come veritiera ma soprattutto come gratuitamente offensiva. (Nella specie la S.C. ha negato la natura diffamatoria del monologo di un attore mandato in onda dalla RAI, nella parte in cui poteva aver evocato la vicenda di un bambino caduto in un pozzo per colpa della madre, la quale avrebbe poi ipocritamente finto dolore dinanzi al pubblico, pur senza provare rimorso per il suo turpe operato).
[Cass. Civile, Sez. Terza, n. 10495 del 07/05/2009].

La richiesta della parte civile di provvedere alla rettificazione di presunto errore materiale in sentenza della Corte di cassazione di annullamento senza rinvio per essere il reato prescritto, consistito nell'omissione del capo concernente la condanna dell'imputato ai danni e alla rifusione delle spese di lite in suo favore, non può avere corso in quanto relativa ad errore di fatto, alla cui rimozione essa non è legittimata, ma non preclude alla parte medesima il diritto di far valere nella sede propria l'azione di risarcimento dei danni, tra i quali va annoverata anche la diminuzione patrimoniale subita per la propria difesa in sede penale. (Conf. sez. III civ., 15 aprile 1980, n. 2457, rv. 406179)
[Cass. Penale, Sez. Prima, n. 10432 del 09/03/2009].

La posizione di garanzia si enuclea in un obbligo di protezione, un obbligo di controllo ed un obbligo di impedimento di reati. Il primo, l'obbligo di protezione, si fonda su un potere giuridico di vigilanza o di disposizione in relazione a tutte le eventuali fonti di pericolo. L'obbligo di controllo trae il suo fondamento da un potere di signoria sulla fonte di pericolo; l'obbligo di impedimento di reati presuppone che il garante sia dotato di poteri-doveri giuridici di vigilanza sull'operato di terzi, e nel contempo, di poteri-doveri di impedire il compimento di azioni penalmente rilevanti da parte di tali soggetti.
[Cass. Penale, Sez. Quarta, n. 34771 del 08/09/2008].

Qualora un medico decida di non somministrare un farmaco personalmente, deve avere la certezza che la persona incaricata sia idonea ad eseguire il compito e che abbia effettivamente compreso quali modalità deve seguire. L'incaricato deve essere inoltre posto a conoscenza che diverse modalità possono avere effetto letale e va segnalato altresì che le modalità da seguire sono diverse da quelle indicate sulla confezione.
[Cass. Penale, Sez. Quarta, n. 32424 del 01/08/2008].

Il diritto a equa riparazione per l’ingiusta detenzione, trova fondamento nella condizione soggettiva della persona sottoposta a detenzione immeritata e in tal senso ingiusta; il principio regolatore è quello della riparazione legata ad eventi che producono il sorgere, quali conseguenze di principi di solidarietà e di giustizia distributiva, di responsabilità da atto illecito.
[Cass. Penale, Sez. Quarta, n. 34219 del 10/09/2007].

Il danno ambientale consiste in una alterazione, deterioramento, distruzione in tutto in parte dell’ambiente, inteso quale insieme che, pur comprendendo vari beni appartenenti a soggetti pubblici o privati, si distingue ontologicamente da questi e si identifica in una realtà immateriale, ma espressiva di un autonomo valore collettivo, che costituisce come tale, specifico oggetto di tutela da parte dell’ordinamento.
[Cass. Penale, Sez. Terza, n. 16575 del 02/05/2007].

La legittimazione a costituirsi parte civile nei processi per reati ambientali spetta non soltanto al Ministro dell'Ambiente, ai sensi dell'art. 311, comma primo, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, ma anche all'Ente pubblico territoriale (nella specie, la Provincia) che, per effetto della condotta illecita, abbia subito un danno patrimoniale risarcibile. (In motivazione la Corte ha precisato che la disciplina dettata dall'art. 311 cit. non esclude e non è incompatibile con quella generale prevista dall'art. 2043 cod. civ.).
[Cass. Penale, Sez. Terza, n. 755 del 11/01/2001].








 
 PREFERITI
 ADVERTISING
 CHIAVI DI RICERCA
Cassazione s.r.l. (P.Iva 06810661006) - sede operativa Via della Colonna Antonina 35 - 00186 - Roma - tel: 06 69922624 fax: 06 69781790
Pagina generata in 0.181 sec